Raffaele Montesano.
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Il cratere Dostoevskij.
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2020. Lekton Edizioni, Acireale, CATANIA.


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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il cratere Dostoevskij  una raccolta di racconti, unode dedicata allamore che lautore nutre per la letteratura, quella alta. Non vi  modo pi autentico di manifestare tale amore se non tramite la narrazione, arte che Montesano padroneggia. Questi racconti mettono la corporeit al centro della scena, un corpo, variamente inteso, che pu divenire sede di unindividualit presente a s, o via di fuga attraverso la metamorfosi; un corpo che denuncia con vibrazione e disperazione. Sul fondo del cratere Dostoevskij  possibile scorgere, quindi, racconti che si richiamano lun laltro, accompagnati da un ritmo stilistico sapientemente calcolato, attento alle asimmetrie dellumano che si perde nei meandri di unesistenza apparentemente insignificante, se considerata isolatamente.
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L'AUTORE.
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Raffaele Montesano (1987) nasce e cresce tra i monti lucani. Si laurea in Lettere moderne all'Universit della Basilicata, perfeziona poi gli studi specializzandosi prima in Scienze storiche e poi in Scienze dello spettacolo presso l'Universit di Bari. Questo libro, che ha visto la collaborazione di: Emanuela Anna Cal per il progetto grafico e di: Simone Belvedere, per la redazione,  stato concesso alla libera lettura dei Non Vedenti direttamente dall'Autore.
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Rapsodie frattali.
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1 - Rapsodie frattali. a cura di Simone Belvedere.
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Collana Rapsodie Frattali.
Il racconto  la trasmissione di una porzione di realt, in un numero ristretto di pagine, di per s compiuta, autonoma e dalla forma riconoscibile quasi a colpo docchio. La forma-racconto  quella che meglio si presta a delineare la nostra quotidianit, un dedalo intricato costellato di volti, desideri, necessit, un luogo percorso a perdifiato del tutto privi del filo di Arianna e ignari del Minotauro. Un dedalo al quale  possibile sfuggire solo attraverso il volo pindarico della fantasia creativa.
Tale volo  spesso breve e intenso; grazie ad esso  possibile scorgere unintera geometria altrimenti celata. Il ritorno al labirinto porta con s una nuova consapevolezza: il ricordo di un ulteriore punto di vista, una verit di ordine superiore.
Il narratore di racconti , quindi, un rapsodo e un matematico, uno spontaneo calcolatore, un affabulatore architetto, il giardiniere che osserva la foglia e il botanico che studia il bosco. Tutte le sue creazioni risuonano di questo dualismo, capaci di fornire lo slancio indispensabile ad affrancarsi da una visione piatta e monotona del vivere.
 immerso nella stessa caotica quotidianit di tutti, ma non rinuncia a indagarne il senso dove altri non riescono. La sua  una sfida al labirinto, una sfida senza resa che sia denuncia, stimolo ed esempio da seguire, ciascuno a modo proprio.
Le porzioni di realt cos trasmesse si dispongono a delineare nuovi possibili percorsi da esplorare.
Tutto questo  Rapsodie Frattali.
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Il cratere Dostoevskij.
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Indice.
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Prefazione.
1. Giallo \ Matematica \ Scrittore.
2. Come la Giorgiana-by-the-sea divenne un museo.
3. La Biblioteca di la.
4. Multa \ Vigile \ Scrittore.
5. Citt \ Luci \ Passeggiata .
6. Vetrina \ Lavoro \ Metamorfosi.
7. La Biblioteca di Maya.
8. Il processo a Ivan Konstantin Sergeevic.
9. Cortile \ K \ Io.
10. Gatto \ Scatola \ Messaggio.
11. Come se niente fosse.
12. La Biblioteca di Calenda .
13. Il Cratere Dostoevskij.
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Fine Indice.
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Che cosa ti aspetti da me?
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Prefazione. di Simone Belvedere.
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Raffaele Montesano apre la sua raccolta di racconti con una domanda, un quesito per i lettori: Che cosa ti aspetti da me?, cosa aspettarsi da un giovane autore di racconti? Molti potrebbero essere spinti a rispondere che da un autore di racconti ci si aspetta un intrattenimento piacevole, una diversione dallordinario narrare multimediale che caratterizza la comunicazione del ventunesimo secolo. Altri potrebbero rispondere che da un autore di racconti sia lecito aspettarsi voli pindarici di fantasia e piacevolezze espositive tali da far invidia agli aedi e ai rapsodi. C chi, inoltre, potrebbe avanzare la sola pretesa di potersi dire felice, almeno per il tempo che lautore ha concesso al suo racconto. Da Raffaele Montesano possiamo attenderci questo e molto altro.
Il cratere Dostoevskij  s una raccolta di racconti, ma  innanzitutto unode dedicata allamore che lAutore nutre per la letteratura, un amore maturo, mai dimentico delle ebbrezze iniziali, ma non privo delle asperit e delle amarezze che un sentimento tale pu comportare. La Letteratura, quella alta,  loggetto amoroso dellAutore e non vi  modo pi intimo e autentico di manifestarlo se non tramite la narrazione, arte che Montesano padroneggia e tramite la quale ci racconta, attraverso gli occhi dei suoi personaggi, che spesso la chiave per la felicit risiede nelle cicatrici che ci portiamo addosso, nei segni di uninfelicit passata, compresa. Tali segni possono essere piccoli, quasi invisibili, oppure delle dimensioni di un cratere. Come avrete presto modo di appurare, questa  una raccolta di racconti che mettono la corporeit al centro della scena, un corpo, variamente inteso, che pu divenire sede di unindividualit presente a s, o via di fuga attraverso la metamorfosi; un corpo che denuncia con vibrazione e disperazione.
Sul fondo del cratere Dostoevskij  possibile scorgere, quindi, racconti che si richiamano lun laltro, accompagnati da un ritmo stilistico sapientemente calcolato, attento alle asimmetrie dellumano che si perde nei meandri di unesistenza apparentemente insignificante, se considerata isolatamente.
Montesano narra delluomo, degli sforzi immaginativi di cui  capace, e lo fa con estrema fiducia, spesso guardando alla bellezza e allimportanza di luoghi incantati come le Biblioteche, creature animate e baluardo di vita che, sole, possono dare senso a quellaccumulazione di informazioni che chiamiamo Conoscenza. Sono tanti i nomi illustri che, come echi lontani, uniscono la propria voce a quella dellAutore e che fanno de Il cratere Dostoevskij una polifonia da leggere tutta dun fiato.
Il Curatore.
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Allamore della mia vita, la Letteratura.
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1. Giallo \ Matematica \ Scrittore.
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Il s  come un ipotetico Centro di Gravit Narrativa.
John Barth.
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Avrebbe sicuramente fatto linsegnante di matematica, se le cose fossero andate diversamente.
Ebbe la fortuna di vivere quella materia come una passione, non esattamente una ragione di vita, ma sicuramente qualcosa che gli impedisse di sentire eccessiva fatica agli occhi nelle lunghe ore di studio.
S, avrebbe fatto linsegnante e accontentato comunque i suoi genitori che, pi che una mansione specifica, desideravano per lui la possibilit di lavorare in giacca, seduto dietro una scrivania, a riparo dal sole.
Li avrebbe accontentati.
Ripensava spesso allultimo anno di liceo, agli amici che presto avrebbe dovuto lasciare, probabilmente per sempre, e allunico vero amore della sua vita, Erica Giurizzani, sua compagna di classe che aveva velatamente corteggiato per quattro anni senza mai decidersi a dichiararsi apertamente.
Rimuginava ancora su quella storia, nonostante fossero passati quasi quarantanni e i suoi genitori erano morti col sorriso sulle labbra sapendo il figlio collocato esattamente dove lo avevano sempre sognato; anche se non era mai stato perfettamente chiaro a nessuno dei due in cosa consisteva precisamente il suo lavoro. Lui glielaveva spiegato molte volte, durante i pranzi a casa loro, quando veniva ricevuto quasi con la deferenza di un ospite invece che come un figlio, ma il padre aveva rinunciato a capirci qualcosa sin dallinizio e alla chiarezza della dinamica preferiva la concretezza degli effetti. Al figlio non mancavano i soldi, questo contava.
La madre si adeguava alle opinioni del marito, affidandosi alla sua visione delle cose del mondo; era sempre stato cos per lei. Ma alla fine di ogni discorso, quando ormai ogni parola era stata detta e i pensieri si appesantivano per il cibo e il vino, lavando i piatti sotto lacqua tiepida, con lespressione del tutto personale che riusciva ad assumere  una sorta di tristezza serena, lavrebbe descritta il figlio  diceva quello che veramente pensava, e cio che s, i soldi andavano bene, ma lei avrebbe preferito per lui un matrimonio diverso e una nuora meno distante, per nascita e per carattere. Si consolava con i due nipoti maschi di cui parlava come se fossero un buon ricavo da un pessimo affare.
Lui si era immaginato molte volte Erica Giurizzani alle prese con sua madre, mentre con discrezione si allontanava dalla tavola per rassettare la cucina e si aspettava che la nuora la seguisse per dimostrarle quanto bene avesse fatto il figlio a sceglierla come compagna.
Erano questi pensieri ad avergli ribadito, nel corso degli anni, che lamore per lei si stava mantenendo vivo, anche se lasciato in disparte, anestetizzato dai mille avvenimenti piccoli e grandi della vita.
In quel momento, a quarantanni dalla nascita di quellamore e a quasi sessanta di vita, erano rimasti gli unici pensieri che lui faceva a proposito di Erica. Da circa quindici anni non pensava a lei in termini erotici. Il motivo era che la incontrava raramente e sempre in situazioni cos fugaci da non permettergli di fare una seria analisi dei cambiamenti del suo fisico. Nella sua immaginazione non era riuscito a sostituire il corpo della ragazza con quello della donna, di conseguenza non era pi in grado di desiderarla carnalmente perch gli ricordava troppo quella volta in cui suo figlio port la fidanzata a cena e lui not pi di una somiglianza con il suo antico amore.
Ogni tanto, in un passaggio di qualche romanzo  il suo lavoro, che non riusciva a spiegare bene ai genitori, era quello di romanziere; scrittore di gialli, per la precisione  inseriva un personaggio che vagamente gli ricordava lei.
Era questo un aspetto fatto notare anche da qualche suo lettore. Una volta, alla presentazione di un suo libro, vide tra il pubblico un braccio alzarsi vigoroso, not le unghie dallo smalto rosso, gli sembrarono enormi. Pensava di dover rispondere a una delle solite domande sulla scrittura, sullispirazione o cose simili. Invece la proprietaria del braccio, un donnone proporzionato alle unghie che portava, gli par davanti alcuni suoi volumi sottolineati in pi punti. Glieli mostr come fossero prove a un processo e gli chiese conto di quelle descrizioni ricorrenti che, a suo dire, erano riferite tutte alla medesima donna.
Lui si sforz di rispondere con tono allegro, cercando sul viso un sorriso un po imbarazzato. Fece in modo da lasciar intendere che losservazione della lettrice era del tutto casuale, superflua, puerile. Applicava la sua capacit di apparire snob solo di fronte a domande che in qualche modo lo avrebbero costretto a mettersi a nudo.
Era quello il motivo principale per cui scriveva esclusivamente gialli: gli consentivano di non scoprirsi, di non mettere in gioco altro che la sua abilit di tessere trame avvincenti, mai i suoi sentimenti.
Ecco perch era convinto che, se la sua vita avesse preso unaltra strada, sarebbe stato un buon insegnante di matematica. Quello che scriveva centrava con larte allo stesso modo che il risolvere una complicata equazione a pi incognite. Era una questione di ragionamento, pi che di sensibilit artistica.
Al suo agente letterario tutto questo andava pi che bene. Considerava come maggior aspirazione della vita il poter gestire un artista che non ragionava con i criteri dellarte ma con quelli della matematica. Da lui non ci si potevano aspettare colpi di testa, crisi creative. Era costantemente una questione di fare due pi due.
Scrive e riscrive forsennatamente sempre lo stesso romanzo con parole diverse questo il giudizio di qualche critico.
Chiss che cosa pensava Erica Giurizzani dei suoi romanzi, chiss se ne aveva mai letto uno. Non laveva mai vista a nessuna delle sue presentazioni e in quei quattro o cinque incontri in dieci anni non cera stato che il tempo di un ciao detto al volo, in preda a una frenesia che forse non era del tutto reale bens voluta, per evitare limbarazzo del dover rivangare i tempi andati.
Gli piaceva dire che per lei aveva consumato il cuore, che le aveva dedicato tante energie, troppe, e poi non gli era rimasto molto se non un pacato affetto che, in qualche modo, era riuscito a distribuire tutto sommato bene in trentanni di matrimonio con sua moglie.
Aveva bisogno di consegnare qualcosa entro aprile.
Trecentocinquanta pagine con una cazzo di idea da poter vendere gli aveva detto il suo agente, dando alla parola cazzo un tono di incoraggiamento.
Lui aveva fatto come sempre: aveva comprato per una settimana i principali quotidiani e si era dedicato alla lettura della cronaca nera, selezionato quattro o cinque articoli che riportavano una storia interessante e su quella aveva iniziato a lavorare.
Si era soffermato sulla vicenda di una ragazza poco pi che diciottenne, uccisa, forse per gelosia, dal suo fidanzato.
Appunt sul suo taccuino Lei  Erica.
Aveva bisogno di qualcosa, una scintilla per trovare la voglia di scrivere quel romanzo che  questo lo avrebbe presto annunciato in pubblico  sarebbe stato lultimo della sua carriera.
Decise di dare il nome del suo vecchio amore alla vittima del suo giallo.
Sulla riga appena sotto scrisse Lui  Paolo.
Era il nome che usava quando voleva inserire un suo alter ego allinterno della storia. Dunque, sarebbe stato lui a uccidere Erica. Lingenua perversione di questo pensiero lo fece sorridere.
Cerc ancora tra le disgrazie altrui raccontate dal giornale e apprese che Lui  Paolo era morto a sua volta. Suicidio o, forse, omicidio. Su quel forse avrebbe costruito la sua nuova e ultima fatica letteraria.
Aggiunse al taccuino Chi ha ucciso Lui  Paolo?, incornici la domanda in un rettangolo, su uno dei lati disegn una freccia alla fine della quale scrisse: Terzo  Assassino.
Terzo poteva essere in stretti rapporti con la prima vittima, Lei  Erica. Questi rapporti non dovevano per forza essere usuali, si rischiava di cadere nel banale.
Cerano migliaia di storie fatte di padri che ammazzavano gli assassini delle figlie. Terzo non doveva essere un familiare, magari un amante oppure un corteggiatore. Se lo immaginava come unombra dietro i vetri di unautomobile che spiava Lei e Lui passeggiare per strada. Lui forse intuisce qualcosa, indaga, singelosisce e perde la testa. Uccide Lei e Terzo si vendica.
Semplice e abbastanza deffetto.
Qualcosa in questa trama per non lo convinceva. Fosse stata unequazione, pensava, sarebbe di semplice risoluzione. Una pagina di calcoli al massimo. Bisognava inserire una nuova incognita per rendere il gioco pi articolato.
Fece partire unaltra freccia dal rettangolo con la domanda che culminava nella parola Quarto. Era lui il vero assassino da svelare solo nelle ultime pagine.
Improvvisamente ebbe la visuale di cosa quel libro sarebbe stato: un ottimo esercizio di stile, ordinario pi che banale, senza particolari novit se non la forte personalizzazione degli stereotipi di genere.
Non gli rimaneva che scriverlo.
Accese il vecchio notebook che aveva nello studio, comprato dieci anni prima e mai pi cambiato nonostante il figlio gli avesse pi volte spiegato che dieci anni in campo informatico erano come cinquantanni nel mondo reale. Stava scrivendo su una macchina del secolo precedente.
Non gli importava. A lui interessava che nello schermo comparissero esattamente le stesse lettere digitate sulla tastiera, che quanto scritto rimanesse al sicuro senza cancellarsi per tutte le settimane che gli occorrevano per completare il lavoro e mandarlo via mail al suo agente che lo avrebbe letto e, se giudicato buono, venduto al miglior offerente. Al rango di buono, ovviamente, si accedeva tramite lostica qualit dellessere vendibile.
Apr una pagina del suo programma di scrittura, centr il cursore sulla prima riga e scrisse Provvisorio.
I titoli non erano il suo forte.
Era molto pi bravo con gli incipit, alcuni erano diventati pi famosi del libro stesso e gli erano valsi qualche premio. Quella volta per non aveva buone idee, si sentiva come svuotato.
Quando si trovava in questo stato danimo evitava accuratamente di scrivere, in genere passeggiava per la stanza parlottando tra s, discutendo della trama fino a che non fosse arrivata una sensazione pi propizia.
Concep particolari inutili, riempitivi: la marca di sigarette che Terzo fumava, il colore preferito di Lei, il film che Lui guardava almeno una volta ogni sei mesi, quello che Quarto era solito mangiare prima di andare a dormire la sera. Erano quel genere di dettagli che appassionavano il lettore, lo facevano sentire allinterno della storia, vicinissimo ai personaggi.
Si dedic poi alla descrizione di Lei  Erica. Spense allora lemisfero destro, quello della fantasia, per raccogliere tutte le energie nella zona dei ricordi.
Lei era bassa, o almeno parlava di s in questi termini. Non aveva mai avuto unopinione precisa sulla questione. Semplicemente, non ci aveva mai fatto caso. Gli piaceva per quando lei si lamentava dichiarando di invidiare la sua altezza. Era una delle cose che lo facevano stare bene.
Aveva capelli rosso scuro. Fosse dipeso da lui, sarebbero stati neri. Ma Lei  Erica si arrabbiava quando qualcuno definiva i suoi capelli come neri.
Sono rossi, non vedi? protestava mettendone una ciocca in controluce, ed effettivamente un qualche riflesso rossastro sintravvedeva dal nero generale.
Descrisse il colore degli occhi con le stesse parole che lei, un numero imprecisato di molti-anni prima, aveva usato per definirli: color ciliegia molto matura.
Il seno ampio, abbondante, che nelle sue fantasie di ragazzo doveva essere infinito e morbido come la trapunta in cui si appallottolava nei pomeriggi dinverno passati a masturbarsi e morire di spasimi damore per lei.
Mentre rievoc quel ricordo, a sessantanni e con un giusto numero di donne avute per le mani, pot finalmente fare una valutazione esatta di quanto concretamente fosse grande il seno di Lei  Erica. La desider per un istante, poi si ricord della donna, dei saluti fugaci e tutto torn come prima.
Inser tra i suoi propositi per il futuro quello di far caso senza andar troppo per il sottile, al prossimo incontro, a come si fossero conservate le sue tette.
Ma si sarebbe dimenticato di quellidea, non perch puerile ma perch sarebbero potuti passare anche anni fino a un nuovo incontro con Lei.
Rivangare per lennesima volta quel passato gli regal mezza pagina che a una prima rilettura giudic come buona; lavrebbe poi forse limata un po, senza rimuginarci troppo sopra. Aveva passato gi da tempo la fase in cui leditore esigeva da lui testi perfetti, curati nella forma. Ora richiedeva solo testi, senza aggettivi.
Il resto era lavoro da stagista.
Si dedic poi alla descrizione di Lui  Paolo. Quando ripensava al se stesso di quegli anni, la prima cosa che gli veniva in mente era la lotta continua contro il suo corpo, contro i muscoli che non riuscivano per qualche motivo a coordinarsi bene con il cervello. Cerc allora una bella frase per descrivere la sua goffaggine.
Scrisse: Era come un ballerino con in testa una musica diversa rispetto a quella suonata dallorchestra.
Decise che sarebbe diventata lincipit del libro.
Era riuscito a trovare una buona entrata a effetto, di quelle che, insieme al titolo e alla copertina, facevano vendere i libri.
Ritenne che con quella prima frase fosse possibile campare di rendita per almeno cinque o sei periodi.
Complet dunque la descrizione di Lui  Paolo senza altri virtuosismi, di mestiere. Ne venne fuori un quasi-post-adolescente del tutto ordinario, senza particolari caratteristiche che lo differenziassero dagli altri.
Quando vide la prima pagina completa, pens che sarebbe stata pressappoco la stessa della bozza di stampa, quella che avrebbero poi letto tutti.
Si chiese se anche Erica Giurizzani lavrebbe letta, ma era una domanda che si poneva spesso. Quella volta per riusc a essere pi preciso, si domand cosa ne avrebbe pensato lei del ragazzo descritto nellincipit, se le avesse ricordato qualcuno  magari lui  oppure lo avrebbe ignorato, come spesso si fa con le descrizioni, per concentrarsi sullo sviluppo della trama.
Anche lui era uno che, da lettore, non dava importanza alle descrizioni. Le leggeva mangiandosi le parole, solo ogni tanto notando qua e l qualche idea da poter personalizzare. Eppure da scrittore erano diventate una sua caratteristica. Metaforicamente assomigliavano a molte cose della sua vita, diceva, erano dei semplici riempitivi esteticamente ben fatti.
Ogni volta che faceva questa considerazione non poteva fare a meno di perdersi in pensieri ingarbugliati che riguardavano la sua famiglia. I suoi due figli, di cui parlava con espressioni del tipo il nostro  un rapporto abbastanza originale per via di..., diventavano man mano che gli anni passavano sempre pi sconosciuti. Riusc a tenere sotto controllo ogni minimo aspetto del loro carattere soltanto nei primissimi anni det, quando ancora la loro vita era totalmente domestica e dipendente dai genitori. Inizi a perderli di vista gi ai tempi della scuola. Vedeva i loro compagni come microbi corruttori, come piccoli demoni che con la loro compagnia, a poco a poco, glieli stavano portando via.
In verit era stato lui a lasciarli andare, a permettere che il loro carattere sviluppasse aspetti che avrebbe poi per sempre ignorato. Scusava se stesso per questo, considerando che due possono essere i traumi infantili: la troppa oppressione dei genitori o il totale abbandono.
Riteneva di essersi barcamenato abbastanza bene, lasciandogli corda lunga, come diceva spesso suo padre, per intervenire solo quando strettamente necessario. Era pi una scusa che una reale situazione, lo sapeva bene. Si era rassegnato da tempo nellapprendere di essere pervaso da una sorta di egoismo gentile, che qualcuno chiamava disinteresse nei confronti di qualsiasi cosa, ma in realt era solo voglia di curare quelle migliaia di micro ferite allanima che negli anni si era procurato nei modi pi disparati; curarle con altrettante parole da impacchettare in romanzi, qualcuno buono, altri molto meno. Coltivare un semi-assopito amore per Erica Giurizzani, ma pi come fosse un hobby anzich un sentimento.
Lavorava ai suoi libri per otto ore al giorno, come fosse un impiegato. Scriveva in camicia, pantaloni di velluto e mocassini. Sopperiva cos alla sua esigenza di sentirsi addosso una divisa.
Dopo i tre mesi bastevoli per finire un romanzo, per, smetteva completamente di pensarci e si dedicava ad altro. In genere faceva un piccolo viaggio con la moglie. Nel salotto avevano foto di loro due ad Atene, a Londra, a Parigi. Erano quelli i momenti in cui il loro matrimonio si mostrava per quello che era, pacato e incrollabile.
Si erano conosciuti alla Facolt di Lettere e Filosofia che lei aveva portato a termine con il massimo dei voti e lui aveva brillantemente lasciato a met, come spesso ripeteva, per via di quel suo primo romanzo pubblicato da un grande editore, al numero 4*** della collana dei gialli.
Gli era costato pi fatica il dover combattere con il padre per scegliere un indirizzo di studi che differiva dalle aspettative familiari che riuscire a farsi leggere e pubblicare da un grande editore.
Era successo tutto quindici giorni prima degli esami di maturit. Aveva gi da tempo deciso che il suo avvenire sarebbe stato tra i numeri, a cancellare e riscrivere formule su una lavagna. Una sera, per, per riposarsi dallo studio si era messo a scrivere.
Non riusc mai a spiegarsi da dove veniva quellispirazione che lo portava a compiere unattivit, per lui del tutto inusuale, come scrivere una storia di fantasia. Compil tre fogli protocollo da quattro facciate. Dodici pagine fitte di scrittura sottile non per timidezza ma per paura che la carta finisse prima della storia. Trascrisse in bella con una vecchia Olivetti comprata pi per questioni estetiche che funzionali. Quando vide il suo lavoro terminato, immortalato con linchiostro tipografico sul foglio bianco e i margini perfettamente allineati proprio come quelli di un libro, prov una gioia pari solo a quella volta in cui Erica Giurizzani gli diede la mano una notte di Natale, a messa durante il Padre Nostro, e lui ne sent la temperatura tiepida e limmensa delicatezza.
Luniversit fu un episodio breve, fatto di corsi seguiti male ed esami dati controvoglia. Fu la sua futura moglie a consigliargli di lasciar perdere per dedicarsi alla scrittura.
Provaci un anno, gli disse, che vuoi che sia un anno. Scrivi un romanzo e prova a pubblicarlo, male che vada riprendi a seguire i corsi.
Lui segu il consiglio dedicando un semestre a una scrittura forsennata che alternava alla compagnia di lei. A met dellopera inizi a crederci davvero, fino al punto da negarsi lamore fisico per non togliere energie utili al lavoro. In quel periodo non era un ragazzo ma una specie di molla a carica temporanea, da saper amministrare per completare limpresa.
Lei lo assecond, credeva in lui pur non avendo mai letto una riga della sua scrittura. Era quella una forma di devozione ereditata da qualche membro femminile della sua famiglia che in passato aveva eccelso nellessere donna-moglie-madre-del-sud.
Questo suo modo di essere si abbinava bene allegoismo gentile di lui. Erano perfettamente complementari, con qualche perdita da parte di lei sul fronte dellassolutezza dellamore reciproco. Lacuna qualche volta contemplata da entrambi ma mai affrontata apertamente. Lei la annoverava tra le cose non perfette della vita e che tutto sommato poteva anche farsi andare bene.
Lui voleva\doveva solo scrivere. Tutto il resto era accessorio.
Quella del romanzo pubblicato a soli ventitr anni da un grande editore non fu lunica cosa eclatante di quel periodo. Gli riusc anche di mettere incinta la fidanzata in tempo utile per farle discutere la tesi con un inizio-di-pancione notato da pochi.
Se ne andarono a vivere in un bilocale non lontano dalla casa dei suoceri, preso in affitto e non acquistato per una nevrosi di lui che improvvisamente aveva preso a considerare quello dello scrittore come un mestiere altamente precario e assolutamente incompatibile con un mutuo. Vane furono le offerte daiuto da parte dei suoceri.
Acquist la villetta dove avrebbero passato il resto dei propri giorni, pagandola quasi in contanti, quando sette anni dopo uno dei suoi libri fu preso in considerazione per lo Strega. Non vinse ma vendette quattro volte la tiratura dei precedenti. Da quel momento in poi ebbe la sicurezza che le cose non sarebbero cambiate pi di molto, ed effettivamente cos fu.
Dopo tre giorni di lavoro, Provvisorio stava per essere dotato di un primo capitolo completo.
Lui  Paolo e Lei  Erica occupavano gran parte delle pagine.
Si amavano con un amore giovane, un po morboso, fatto di litigate che si potevano tranquillamente evitare e una sintonia sessuale altalenante; i regalini di Natale e San Valentino, le feste a finta sorpresa per il compleanno e pranzi un po imbarazzati la domenica a casa dei genitori di lei.
Il padre di Lei  Erica era ammiraglio dellesercito. Cera la forte possibilit che fosse lui Terzo, ma la questione rimaneva ancora aperta. Era troppo presto.
Fu preventivamente descritto in maniera spigolosa, con parole tali da metterlo in cattiva luce agli occhi del lettore.
Era costantemente di umore acre, ricordava un signore obeso che ad agosto se ne stava a sudare in maglia della salute sotto un ombrellone un po arrugginito, con una birra calda appoggiata al tavolo in plastica, con ai piedi zoccoli di sughero e le unghie vistosamente lerce.
Aveva utilizzato molte volte quel trucco per orientare il lettore verso sensazioni sgradevoli ancor prima che la trama avesse smascherato, tramite lazione, la reale essenza del personaggio.
Chiuse il capitolo con la frase: la vita scorreva ordinaria come tutte le altre, nellattesa che arrivasse qualcosa di eclatante a renderla speciale.
A quel punto ogni lettore avrebbe potuto avere unimmagine abbastanza nitida di Lei  Erica. Questo dato di fatto lo indispett non poco. Sulle prime poteva sembrare una di quelle malattie da scrittore che diventa geloso dei propri personaggi dopo averli resi vivi sul foglio. In realt era geloso di Erica Giurizzani, quella vera, perch era chiaro che di lei si trattava e non di una mera ispirazione. Si chiese se avesse preso la giusta decisione inserendo un riferimento preciso allamore della sua giovent nellultimo romanzo della sua vita. La risposta era s, ma qualcosa continuava a non andare. Si torment un intero pomeriggio in cerca della soluzione e
alla fine la trov: non poteva essere un giallo.
Stava davvero dando fondo a ogni suo ricordo su Erica Giurizzani per un libro da ombrellone? S, ma cosa poteva fare di diverso? Per tutta la sua vita non aveva fatto altro che raccontare di omicidi e di assassini, di equazioni a pi incognite, destinate a risolversi nello smascheramento del colpevole.
Questo era stato un cruccio che aveva avuto gi in passato. Non aveva mai tentato di scrivere altro. Aveva la certezza di non esserne in grado. Perch non provarci comunque?
Non aveva mai seguito il consiglio di leggere Sciascia, di non dare lesclusiva a un unico agente ma concedersi pi strade, di non pensare alla scrittura esclusivamente in termini di libro-pubblicazione. Non era mai riuscito a cedere al piacere dellesperimento.
Gli venne in mente una poesia di Edgar Lee Masters:
Soltanto un chimico pu dire, e non sempre,
che cosa uscir dalla combinazione
di fluidi o di solidi.
E chi pu dire
come uomini e donne reagiranno
fra loro, e quali bambini nasceranno?
Cerano Benjamin Pantier e sua moglie,
buoni in se stessi, ma cattivi lun laltro:
ossigeno lui, lei idrogeno,
il figlio un fuoco devastatore.
Io, Trainor, il farmacista, mescolatore di elementi chimici,
morto mentre facevo un esperimento,
vissi senza sposarmi.
Si sentiva anche lui come Trainor il farmacista che preferiva la certezza matematica del risultato al rischio del caso.
Il problema per era che stava considerando la questione da un unico punto di vista, quello di lui che non faceva cose lontane dalla sua indole e dalla ripetitivit del gi conosciuto. Eppure tutto era nato dal caso, da un esperimento, da quella volta che per distrarsi riemp qualche foglio con quello che poi divenne il suo primo racconto. Era una cosa di quarantanni fa, pensava. Era stata una scintilla irripetibile, alimentata quel tanto che bastava per non farla morire e per costruirci intorno una vita dignitosa, vissuta come la posizione della sua casa: appena un po discosta da quella degli altri.
Accese la radio in cerca di unatmosfera che calmasse i suoi pensieri, dalle casse uscivano le note di Toots Thielemans che interpretava Blue in green con Bill Evans. Dalla qualit del brano si accorse che era molto tardi, quasi luna di notte.
Da quanto tempo non scriveva di notte? Da una vita. Lultima volta era sulla quarantina e portava la barba lunga a sufficienza da essere considerata esagerata, scriveva libri in cui credeva profondamente e gli piaceva che sulla quarta di copertina ci fosse una sua foto in giacca e dolcevita accanto alla biografia.
Fu lunico periodo in cui rischi seriamente di montarsi la testa con le vendite che andavano pi che bene e le studentesse del suo corso di scrittura creativa che teneva alluniversit  non era riuscito a non vantarsi con la moglie per essere divenuto accademico senza uno straccio di laurea  che lo corteggiavano con le loro gambette sottili e i capelli caldi di piastra.
Non ebbe mai la minima voglia di tradire la moglie, di conoscere altri corpi oltre al suo. Pi che una consapevolezza fu una cosa di cui si rese conto una volta che una di quelle ragazze prov a sederglisi in braccio dopo che lui lebbe ricevuta nello studio che lateneo gli aveva assegnato.
La scacci con ferma dolcezza, sul viso unespressione di meraviglia al massimo grado, come se si fosse trattato di un animale di razza diversa dalla sua che per qualche strano motivo tentava un impossibile approccio. Forse era davvero cos. Erano appartenenti a due specie diverse, lui e il resto del mondo femminile che non fosse sua moglie. Doveva essere quello il suo modo di amarla.
Ma allora Erica Giurizzani? Bel guaio, quello. A se stesso aveva dato una spiegazione pi che articolata e chiara, era per fatta di intuizioni non traducibili in parole; impossibile quindi esternarla. Erica Giurizzani era nella sua vita come una specie di divinit, come una religione in cui credere senza approfondire troppo. Si pu dire che il rapporto con lei era lo stesso di un cristiano non praticante aveva con Dio. Poteva essere amore come poteva non essere assolutamente niente.
E se quella mancanza di coraggio nel tentare un genere letterario diverso fosse in realt la stessa forma di vigliaccheria che per tutti gli anni del liceo gli aveva impedito di dichiarare il proprio amore?
Anche a questo pensava spesso. Ora la radio passava The way you look tonight suonata dal pianoforte di Keith Jarrett. Altro pezzo buono, segno della notte che avanzava. Erica Giurizzani occupava nella sua vita lo stesso posto di un genere letterario mai tentato. Questa era la sostanza dei fatti.
Lavesse avuta in quel momento davanti, non in un attimo fugace ma per tutto il tempo del mondo, per tutte le epoche ancora da venire, non ci avrebbe comunque provato. Ne era sicuro. Amava la ragazza di quarantanni prima, non la donna sconosciuta di adesso. Ma anche se per qualche prodigio magico la diciottenne Erica si fosse materializzata nella sua stanza, sarebbe stato lo stesso. Gli avrebbe ricordato ancora una volta la ragazza che suo figlio gli presento qualche anno
prima a cena e lui aveva notato pi di una somiglianza con il suo antico amore.
No, non era pi amore il suo ma solo limmagine di un sentimento. Come una fotografia di se stessi vista a distanza di molti anni dallo scatto scrisse sul suo taccuino, con il proposito di utilizzarla come frase a effetto in uno dei capitoli.
Come per Erica Giurizzani, cos per la letteratura era ormai troppo tardi per tentare e, anche se per caso o per magia loccasione si fosse presentata, non lavrebbe comunque colta. Doveva essere quello il modo, del tutto personale, in cui capiva cosa realmente voleva dalla vita.
Non voleva coronare il suo sogno damore antico e non desiderava chiudere la carriera con un libro inusuale che non fosse un giallo-matematico-coerente-con-gli-altri.
Spense la radio e il silenzio torn nella stanza. And a coricarsi a fianco a sua moglie e sent il tepore del suo corpo.
Hai ripreso a scrivere fino a tardi? gli chiese lei.
S, ma non succeder pi rispose lui.
Gi. Non  nelle tue abitudini.
No, non lo era.
...
.
...
Fine.
...
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...
2. Come la Giorgiana-by-the-sea divenne un museo.
...
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...
Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo lultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. [...]
Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente, ci ricomporremo, non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo e, creature di sangue caldo e nervi, come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita.
Raymond Carver.
...
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...
Cerano volte in cui aveva la sensazione che una grande storia gli stesse pendendo dai polpastrelli, era solo questione di accendere il computer, aprire un documento di testo e lasciare che le dita iniziassero a picchiettare sulla tastiera.
Quando si trovava in questo stato danimo erano diverse le cose che potevano succedere.
Poteva capitare, per esempio, di non avere un pc a disposizione, allora doveva sperare che quella storia se ne stesse l a penzolare fino a un momento pi favorevole. Oppure il pc era disponibile ma qualcosa faceva sparire la magia, magari uneccessiva lentezza del sistema operativo, una notifica sul cellulare o mille altre piccole trappole della tecnologia.
Quando invece tutto andava liscio, la storia arrivava davvero, le mani iniziavano a muoversi come fossero animate da una scintilla diversa da quella che proveniva dal cervello.
Aveva  e questa era una frase che gli piaceva molto ripetere quando veniva intervistato  la fantasia nei polsi.
Una caratteristica di questo suo particolare talento era lintermittenza: le dita potevano generare una pagina, dieci pagine, oppure una singola, intensa, frase. Non si poteva prevedere.
Passava gran parte del tempo a cercare di concentrarsi, anzi, a dire la verit  o a dirla meglio  impiegava lunghi giorni a far propositi sulla ricerca della concentrazione. Troppe cose lo distraevano: i libri degli altri, il cibo scadente ma saporito che amava mangiare nei posti in cui ci si pu abbuffare per due soldi, le donne, i social network.
La sua non era mai stata una lotta contro la mancanza di ispirazione, contro il blocco dello scrittore, bens contro le perdite di tempo che la parte frivola del suo carattere continuamente cercava.
S, era un uomo frivolo; lo sapeva.
Una domenica pomeriggio si sedette alla scrivania per noia, perch non riusciva a trovare altro da fare. Aveva un particolare modo di vivere il tempo libero, come se fosse sempre irrimediabilmente perso. Allora sentiva il bisogno di impegnarsi in qualcosa. Quando non trovava altro, provava a far appello allarte.
Lui era  e anche questo lo sapeva bene  un talentuoso pigro, di quella pigrizia che  in realt mancanza di amor proprio. Anche se agli altri raccontava il contrario, larte non era quasi mai la sua prima scelta.
Le dita ticchettarono sulla tastiera questincipit:
Quello a cui pensava il capitano Dams, sul ponte di prua della Giorgiana-By-The-Sea, il giorno in cui la fece salpare per lultima volta dal porto di Calais, sulla costa occidentale, nessuno poteva nemmeno lontanamente immaginarlo.
Chi lo osservava  ed erano in molti quel giorno  non pot fare altro che elaborare ipotesi banali. Era facile, guardando lanziano uomo di mare, fare pensieri malinconici sul fatto che la sua carriera fosse finita da un bel po e che quellultimo viaggio era semplicemente un giro donore che sarebbe terminato con qualche articolo sul giornale e la sua foto nella sala comandi della nave che stava per diventare un museo galleggiante.
Altri, invece, gli decisero una profonda riflessione sui tempi che furono, sulle sue glorie tra le onde e le mostrine che affollavano il petto della sua divisa. Poi ancora altre ipotesi, tutte pi o meno facili; tutte influenzate dai romanzi marinareschi, da Conrad.
Ma il capitano Dams era lontano da tutto questo. Il suo era un pensiero pi modesto ma meno scontato, apparentemente sciocco, forse anche vanitoso. Pensava a quello che aveva fatto laria di mare, negli anni, alla pelle del suo viso. Immaginava ogni miglio di oceano che aveva percorso come un vento continuo carico di salsedine che gli investiva il corpo. Simbolicamente, quella era stata la sua vita di marinaio. La sentiva tutta riassunta l, sulla consistenza del suo viso, sulle rughe, sotto la barba curata e dentro agli occhi, non pi luminosi come un tempo. Era bello, pensava, poter guardare una persona in faccia e leggervi tutta la sua vita. Si chiese poi se era davvero cos, se anche sul volto degli altri la vita si riassumeva o se veramente il suo viso esprimeva ci che la sua mente aveva deciso.
In quel momento, senza pi spazio sul petto per nuove onorificenze, senza pi ambizione nellanimo se non quella di conservarsi dignitosamente nella vecchiaia, si era abbandonato a quel pensiero leggero e un sorriso accennato gli comparve sul volto. Tutto sommato poteva permetterselo, pensava.
Lo rilesse non per apportare eventuali correzioni, non era quello il momento, ma per rendersi conto di che cosa fosse venuto fuori.
Dunque, si trovava alle prese con questo capitano Dams (francese? Belga? Non sapeva dirlo) su una nave che, per qualche motivo, era al suo ultimo viaggio. Aveva specificato che si trattava di un giro donore che sarebbe finito tra le notizie di cronaca. Ma il giro donore era per il capitano o per la nave?
Apprese da se stesso che la carriera del capitano era giunta ormai al termine. Quindi quellultimo viaggio poteva essere un modo di celebrarla. In questo caso chi era il celebrante? E perch il capitano Dams era degno di questi onori? Non riusc a darsi una risposta.
Prov allora a continuare la storia senza pensarci troppo.
Appoggi una mano sul parapetto e la fece scivolare lungo la superficie liscia del metallo. Stava accarezzando la nave. La accarezzava come un vecchio cane stanco accucciato alla poltrona del padrone, con lo sguardo assorto nella contemplazione del camino scoppiettante.
Gli occhi che lo osservavano erano dispari. Quarantasette, per la precisione. Dieci marinai semplici, bianchi come la neve e terribilmente giovani; dallaspetto pieno ma amari come i frutti non ancora maturi. Tre addetti alle pulizie. Dieci passeggeri civili, sette uomini e tre donne. Un sottotenente con un occhio solo. Aveva perso laltro in un modo beffardamente stupido: maneggiando male una pistola durante un addestramento allaccademia militare. Gli rovin il viso e lautostima. Scopr poi un certo effetto vantaggioso su chi non conosceva la sua storia e associava la benda sullocchio destro a una qualche avventura di mare, come se ne raccontano  e immaginano  tante.
Il sottotenente guardava il capitano con occhio benevolo, come si guarda un padre dispotico ormai troppo vecchio e debilitato per incutere timore.
Lattenzione sembrava spostarsi decisamente sul personaggio del capitano. Ci sono altre persone che lo guardano e, pare, tutti sono perfettamente consapevoli di chi egli sia (o sia stato).
Due cose lo lasciavano perplesso: lincipit e il finale del paragrafo.
S, la prima frase da sola sembrava dire molte pi cose che tutte le altre messe insieme. Se lattenzione  sul capitano perch ha esordito dicendo che sta accarezzando la nave? Quindi tra lei e Dams c un qualche tipo di rapporto. Magari quello  solo lultimo di una lunga serie di viaggi fatti insieme.
Le possibilit potevano essere molteplici.
Poi cera la questione del focus su uno dei personaggi presenti insieme al capitano. Chi  questo signor Sottotenente-con-un-occhio-solo?
Scrisse tra parentesi quadre nel corpo del testo [cercare i gradi della Marina]. Se in seguito avesse deciso di approfondire questo personaggio non poteva lasciare niente al caso. Lo aveva definito sottotenente, ma cos, senza una reale percezione di che ruolo fosse; per sentito dire.
A quel punto decise di mettere per un attimo da parte listinto e pianificare un po la scrittura.
Si impose di approfondire meglio la figura del capitano.
Cera stato un tempo in cui la barba del capitano veniva rasata ogni mattina prima di uscire dalla cabina. Dams sognava di far carriera, per il piacere di comandare e per la tranquillit dei soldi. Quel suo sogno richiedeva sforzi di varia grandezza per essere raggiunto. Il doversi rasare potrebbe facilmente essere annoverato tra gli sforzi piccoli, da fare senza pensarci. Ma per Dams, figlio di contadini, tagliare ci che cresce naturalmente era quasi una bestemmia. Se il Signore, pensava, aveva disposto che sulla faccia di un uomo dovessero spuntare peli, allora il rasoio era un mezzo di peccato. Allo stesso modo pensava che il Signore mandava anche i tormenti della giovane carne e a quelli riteneva essere peccato non tanto il cedervi, bens il cedervi troppo. E allora cap che la serenit del suo animo doveva in qualche modo consistere nel trovare compromessi, il giusto modo di trattare le cose della vita.
Evitare il pensiero matematico, questa era la strada. Ogni ragionamento asettico, cinicamente lucido, non portava a un compromesso.
Si abitu a fare pensieri non troppo definiti ma allo stesso tempo non superficiali. Allora le sue decisioni, anche le pi difficili, apparivano ai pi come morbide e il suo carattere bonario. Quello che nessuno cap mai era la giusta interpretazione da dare al suo comportamento. Era il frutto della continua lotta allinterno del suo animo per mantenersi sereno.
Si fece i complimenti per la trovata delle origini contadine e sul paragone della barba con i frutti della terra. Autocompiacimento a parte, era contento di aver fatto del capitano Dams un uomo. Bisogna pensare i personaggi fuori dal contenitore racconto diceva spesso ai corsi di scrittura creativa che presiedeva per rinforzare le sue entrate economiche.
Ecco, su questa cosa poteva giocare per definire meglio il personaggio: un velato accenno autobiografico. Anche lui, come il capitano, faceva il suo mestiere per fini meramente pratici.
Per il piacere di comandare e la tranquillit dei soldi.
Anche lui accettava di insegnare scrittura non per diffondere quanto pi possibile larte, ma per pagare le bollette di casa. Delle nuove generazioni di scrittori, lo ammetteva candidamente, non gli importava molto.
Il suo capitano non era pi un eroe da romanzo minore, nobile e forte e scontato. Con pazienza stava complicando la sua personalit, la stava rendendo apparentemente incoerente eppure comunque spiegabile. In pratica, umana.
Ora il racconto necessitava di una pausa. Ma nel narrare non ci si pu fermare, non si pu mandare la pubblicit e tutti nei camerini a rifarsi il trucco. Forse era il caso di inserire una digressione. La scrisse a penna su un foglio a parte. Aveva sempre il dubbio che questo tipo di cose non aggiungessero mai niente alla storia, che fossero acqua per allungare il brodo. Solo quando era perfettamente sicuro che il paragrafo fosse davvero funzionale al quadro generale, lo ricopiava nel punto esatto in cui andava inserito.
La Giorgiana-By-The-Sea era stata varata esattamente quarantadue anni prima, nello stesso periodo in cui il capitano Dams era diventato marinaio.
Fosse stata davvero una donna, come molti romanticamente la consideravano, avrebbe allora vissuto il fascino della sua maturit. Ma quel tempo era unenormit per un natante delle sue dimensioni e, come per i soldati, il suo corpo dopo i quaranta era considerato inutile.
La bottiglia di champagne utilizzata per il varo si ruppe facilmente contro la paratia, segno che il futuro sarebbe stato prospero e vittorioso contro le tempeste.
Pi di una volta Dams aveva raccontato la storia di quel rito che si perdeva nei secoli. Utilizzava le stesse parole semplici, un po sognanti, sia che si trovasse a cena con ufficiali dalto rango e sia sul ponte di prua con i figli che le lavapiatti si erano portate dietro nei lunghi mesi per mare.
Il capitano spiegava che molti secoli prima le imbarcazioni venivano battezzate con il sangue di caproni sgozzati. Poi il cristianesimo trasform il sangue in vino, successivamente gli armatori francesi ne fecero champagne. Il sangue offerto alla divinit si era fatto esso stesso divinit transustanziando in vino per poi addolcirsi, sofisticarsi; diventare metafora di festa.
Dams aveva avuto a che fare con lalcol solo due volte in vita sua: quando si diplom allaccademia navale e il giorno che lo nominarono capitano.
A ventanni si ubriac in una bettola del porto insieme ai suoi compagni. Bevvero una birra aspra che non placava la sete ma la aumentava, sembrava inoltre avere il potere di asciugare la gola anzich tenerla umida. La cameriera la spacciava per irlandese ma, stando alla poca esperienza che Dams e i suoi compagni avevano a riguardo, poteva venire da qualsiasi altro posto del mondo. Raggiunsero comunque il loro scopo che era quello di sentirsi allegri e audaci.
A fine serata, appena usciti dal locale, il vento freddo che soffiava dal mare contrasse le loro vesciche. Pisciarono insieme sul muro di un vicolo. Una pisciata lunga, sonora e liberatoria. Fu proprio in quel momento e non prima, non negli anni di accademia, nei giorni di licenza e nemmeno durante la bevuta di quella serata, che si sentirono davvero legati.
Questa era una di quelle storie che il capitano aveva raccontato per la prima volta quando gi era prossimo alla pensione. Uno dei modi che aveva per ingraziarsi lequipaggio.
Meraviglia e al tempo stesso rallegra, pensava, ascoltare un vecchio che racconta di cinque marinai che uninfinit di anni prima si sono sentiti amici puntando i loro peni contro un muro e bagnandolo di urina.
Quando fu nominato capitano, lalto comando organizz per lui una cena di festeggiamento. Mangiarono aragosta e bevvero vino bianco in lunghi bicchieri di cristallo. Quella sera ebbe la netta percezione che al tavolo con lui non ci fossero amici. Ogni rapporto che coltivava era una questione di pura politica. Con quei signori e le loro mogli appesantite dagli agi non avrebbe mai potuto avere unintima confidenza, non avrebbe mai riso senza controllare la voce e, ovviamente, non avrebbe condiviso con loro una pisciata lunga, sonora e liberatoria in un vicolo qualsiasi.
Ma torn lo stesso a casa ubriaco, come trentanni prima. Non cera tristezza in lui ma solo la consapevolezza di come le cose cambino e la vita va come deve andare e talvolta ci si ritrovi senza amici ma ugualmente felici per una questione molto vicina allessere coerenti, pensava. Una questione molto molto vicina allessere coerenti.
Era contento di aver preso solo quelle uniche due sbronze nella sua vita. Ne avesse avute di pi o, peggio, fosse stato un beone, non avrebbe potuto usarle come una sorta di segnalibro in quello che gli era capitato in settantanni.
Era nel giusto ordine delle cose, pensava, essersi ubriacato a ventanni con una birra da straccioni e cinque amici chiassosi e poi una seconda volta e cinquanta suonati, a un tavolo di illustri sconosciuti con cui condivideva cortesie da gran societ e procedure militari.
Un istante dopo aver scritto lultima frase, ebbe la percezione netta che il racconto per quel giorno non sarebbe pi andato avanti. Si sentiva svuotato di ogni contenuto, come se avesse parlato per ore tentando invano di convincere qualcuno di qualcosa. Gli esseri umani sono animali sociali nei limiti della loro stanchezza mentale.
Ci pensava spesso, nei giorni o nelle settimane in cui non scriveva, ai personaggi che aveva lasciato fermi l da qualche parte, come un film messo in pausa. Per lui, in qualche posto, cera davvero un Capitano Dams sul ponte della nave Giorgiana-by-the-sea immobile tra le onde del mare.
Che fine fanno le storie quando uno smette di raccontarle?
Nel frattempo la vita andava avanti n pi e n meno come quella di tutti. La spesa da fare, gli amici e tutto il resto.
Quando non riusciva a scrivere, leggeva. Se da un lato la lettura lo arricchiva, lo ricaricava e rimetteva in sesto il suo buon umore, dallaltro cera il rischio che lo assuefacesse troppo.
La verit era che amava molto di pi leggere che scrivere. Non perch non si ritenesse un bravo scrittore o perch non fosse soddisfatto di ci che scriveva. Al contrario, era molto orgoglioso dei suoi libri. Ma la scrittura richiedeva pi fatica, pi sforzo fisico. Alla lunga gli creava disagio. La lettura invece no. Pi leggeva e pi sentiva una certa dose di gioia montargli dallo stomaco. Era leggere la cosa che davvero lo rendeva felice. Questa era la sua preoccupazione maggiore. Se si lasciava trascinare troppo dalla lettura, passava troppo tempo tra una seduta di scrittura e laltra. In alcuni casi anche mesi.
La fantasia si rigenera come un campo durante il maggese, ma se trascorre troppo tempo se lo prendono le ortiche e poi bisogna ripulirlo prima di poterci piantare di nuovo qualcosa. Anche per questo erano utili i corsi di scrittura che teneva. A forza di parlare di come si scrive, gli veniva il rigetto della teoria e desiderava tornare alla pratica.
Era, insomma, unaltalena di psicosi.
Aveva inventato uno stratagemma per riprendere a scrivere senza troppi traumi dopo un periodo lungo di inattivit: redigeva un elenco di cose. Poteva trattarsi della lista di libri letti fino a quel momento, i nomi delle ragazze che aveva baciato a ventanni, i posti che aveva visitato e le vie in cui era vissuto. Non era importante. Il punto era far riabituare le dita alla tastiera e il cervello ai concetti.
Quella volta, per esempio, aveva lasciato il capitano Dams fermo sul ponte della sua nave per circa due settimane. Quando decise di continuare la storia, si mise a scrivere lelenco di tutte le cose belle che in quel momento gli venivano in testa.
La lasagna riscaldata il giorno dopo, la radio che passa una canzone di cui sappiamo tutte le parole, cantare a squarciagola da soli in auto, il gelato cioccolato e amarena, aver voglia di rivedere qualcuno e non aver paura nel chiedergli un altro appuntamento, accarezzare un cane accucciato, riuscire a far ridere un neonato, trovare una banconota nel cappotto dimenticata lanno prima, inventarsi una ricetta con quello che  rimasto in frigo, sprofondare nelle coperte, farsi tagliare la barba dal barbiere, abbandonarsi a un abbraccio, dire un vaffanculo arrabbiati, andare in macchina destate con gli occhiali da sole e il finestrino abbassato, comprare la mattina presto il pane caldo appena sfornato e mangiarlo mentre si torna a casa, farsi fare un massaggio ai piedi, fare un massaggio ai piedi a qualcuno, corteggiare lanziana professoressa del liceo, comprarle dei fiori e ascoltarla mentre parla di suo figlio, pagare cornetto e cappuccino a un amico, vedersi un film di Renato Pozzetto la mattina tardi, andare in un posto allestero e fare amicizia con qualcuno, bere birra mentre fuori  un po caldo e poi alzarsi di notte per pisciare, entrare in un negozio di candele profumate...
Lo stratagemma cominciava a funzionare. Mentre elencava immagini, il suo cervello le ricollegava a episodi specifici e gli faceva rivivere i vari momenti.
Il ricordo e la fantasia sono due cose incredibilmente vicine.
Dun tratto si ritrov a ripensare nuovamente alla Giorgiana-By-The-Sea e la vide in un mondo in guerra che salvava in qualche modo qualcuno. Ora aveva davanti due problemi: di quale guerra si trattasse; chi fosse la persona salvata.
In realt avere un ostacolo lungo il cammino gli giovava. Se la strada era piana e libera la sua creativit si spegneva. Avere un impedimento da aggirare, invece, lo faceva ingegnare.
Affront il primo passo e si mise a pensare a tutte le guerre che il mondo aveva visto. Escluse le antiche perch la nave aveva tutte le caratteristiche della modernit. Il periodo giusto era sicuramente tra la fine dellOttocento e il Novecento inoltrato. La seconda guerra mondiale gli sembr un po scontata. Era troppo facile, pensava, scrivere di una fuga dai nazisti. Lo attraeva molto di pi la prima.
Ripens ai riferimenti temporali che aveva inserito nel testo scritto fino a quel momento. Dams aveva circa settantanni, questo il dato principale. Quindi, considerando che la nave esisteva da quarantadue anni, il viaggio di commiato descritto nel racconto doveva per forza avvenire negli anni Cinquanta se si voleva la nave attiva e funzionante durante la prima guerra mondiale.
Smise di pensare e si affid alle mani per vedere se qualcosa fosse venuto fuori.
Il giorno dellimpresa Dams non era ancora capitano e comunque non avrebbe dovuto imbarcarsi prima di un mese. Quello doveva essere il viaggio di qualcun altro. Ma i tedeschi avevano ucciso il capitano in carica proprio la sera prima. Non fu unazione premeditata per impedire quello che poi ugualmente accadde. Successe e basta.
Un gruppo davanscoperta fece irruzione nella birreria dove stava passando la serata. Si sentiva, come tutti, abbastanza al sicuro. La linea di combattimento era vicina, ma non cos tanto da ritrovarsi circondati da soldati nemici senza un buon preavviso a suon di cannonate. Quella birreria era una sorta di zona franca limitrofa allinferno.
Ma i tedeschi pianificavano una penetrazione per guadagnare qualche chilometro e quella notte avevano mandato pattuglie in perlustrazione. Nemmeno loro, prima di fare irruzione, si aspettavano di trovare un presidio civile cos vicino al fronte attivo. Per ansia e per sicurezza dovettero uccidere tutti.
Lepisodio  tranne per chi ci perse la vita  in realt fu una buona cosa per i francesi. Ebbero la possibilit di accorgersi delle azioni nemiche e rimediare. Otto pattuglie, tra cui forse anche quella del massacro della birreria, furono individuate e neutralizzate. Ma i tedeschi decisero comunque di passare allattacco.
Rilesse il paragrafo e lo trov passabile. Cera ancora qualcosa da perfezionare, dettagli da inserire per aiutare la coerenza. In quel momento, per, non ricordava granch della prima guerra mondiale. A grandi linee sapeva che cerano austriaci e tedeschi contro francesi, inglesi e italiani. Poi sicuramente altri, probabilmente gli americani perch, pensava, quelli centrano sempre qualcosa nelle guerre.
In linea teorica, prima di continuare si sarebbe dovuto documentare ampiamente. Gran parte del lavoro di scrittura  fatto prima di scrivere. Gi si immaginava tra i libri di storia del liceo, o meglio in biblioteca a scovare la monografia di qualche eroe di guerra su cui ricalcare la storia. Volendo fare una stima ottimistica, ci sarebbero volute delle settimane.
A questo punto pens ai suoi lettori. A quanti di loro sarebbe fottuto qualcosa della coerenza storica? Quasi a nessuno.
Il problema, pensava, sono quei cazzo di critici, quelli che ti fanno le recensioni in ogni dove sulle pi sperdute pagine web.
Ma valeva la pena seppellirsi per chiss quanto tempo in biblioteca solo per aggiungere informazioni storiche pi esplicite in questa parte del racconto?
Il guaio del pubblicare libri  che poi vengono letti.
Lui a questa cosa cercava di non pensarci. Non aveva mai avuto un qualche tipo di barriera. Non aveva mai pensato, scrivendo, di inserire una distanza di sicurezza tra s e il testo. I suoi libri erano un continuo ritratto di se stesso. Lunica cosa di cui si era preoccupato, quindi, era di essere il pi vasto possibile affinch avesse sempre qualcosa da ritrarre.
Con gli anni per aveva imparato che se si  preparati, se si  davvero bravi scrittori, non c pericolo nel mettersi a nudo. Se uno si  fatto dieci anni di palestra, pensava, in costume in spiaggia ci va volentieri.
E allora decise di lasciar perdere il rigore storico e andare verso quanto aveva promesso nel titolo.
Il problema numero uno lo aveva risolto: episodio nella Grande Guerra. Il nuovo brano scritto di getto lasciava capire che Dams nellimpresa ci sarebbe entrato quasi per sbaglio o, meglio, per coincidenza. Trovarne una non sarebbe stato difficile.
Mancava capire chi la nave  e quindi Dams  avrebbe salvato. Questa era la parte in salita.
Gli sembr allora di tornare di nuovo al problema precedente. Come avrebbe fatto a inventarsi qualcuno da salvare cos importante da rendere immortale il nome della nave senza consultare almeno un libro di storia?
Questo pensiero lo sconfort. Era come se lidea iniziale tirata fuori dal suo inconscio non fosse pi cos bella come sembrava allinizio.  difficile pensare che qualcosa si mantenga bella, dal suo concepimento fino alla realizzazione pratica, se tutto il processo di creazione diventa troppo complicato.
Anche su questo, in realt, inconsciamente sapeva che spesso le cose non nascono gi belle ma lo diventano col tempo e il lavoro. Quanti poeti, per esempio, hanno riscritto cento volte sempre la stessa poesia?
Anche le persone funzionano un po cos. Le cose che accadono si impregnano, mescolandosi al carattere, e fanno venir fuori lindividuo.
Su questo concetto prese un appunto a parte senza sapere bene cosa ci avrebbe fatto. Succedeva spesso: quando si vive del proprio pensiero ogni idea pu fare reddito.
Poi dimprovviso cap di aver trovato la soluzione. Non lavrebbe saputa spiegare perch il suo inconscio non gliela rivelava apertamente. Decise allora di abbattere il super-io che si stava frapponendo tra lui e la soluzione.
Riprese a scrivere.
I tedeschi saltarono fuori dalla trincea alle prime luci del mattino. Il punto in cui decisero di agire era il meno presidiato della zona. Vinsero facilmente la posizione contro il battaglione francese che gli si oppose. Erano poco lontani dal mare.
I francesi in rotta si spostarono verso linterno. Avere la costa alle spalle non poteva essere una buona mossa strategica.
Linferiorit numerica li avrebbe costretti a indietreggiare in attesa di rinforzi e il mare non era un buon posto verso cui andare. Cos, di fatto, si fecero di lato lasciando che il nemico dilagasse.
Sulla costa cera un piccolo villaggio di pescatori...
Ecco, pens, quel che mi serve. Non una persona, non un re o un principe. La Giorgiana-By-The-Sea salver le mille anime del villaggio dei pescatori.
Rimise con fervore le dita sulla tastiera aspettandosi che il resto della storia sgorgasse fino al finale maestoso.
Ma non accadde niente. Nessuna nuova frase comparve sullo schermo.
Non si scoraggi. Aveva una procedura anche per questi momenti. Si alz e and a pisciare. Si lav con cura la faccia concedendosi generose dosi dacqua fino a bagnarsi anche i capelli. Poi mangi la prima cosa che trov in cucina, un po di pane con del formaggio. Apr una birra e bevve velocemente qualche sorso. Si sent gonfio e decise di continuare con pi calma. La port con s alla scrivania.
Lo schermo del pc mostrava le ultime cose scritte. La bottiglia di birra lasciava cadere la condensa sulla scrivania inumidendo uno dei fogli dappunti. Ebbe la sensazione che la stanza fosse sporca, percep il disordine, lui stesso non si sentiva pulito.
Guard lorologio. Stava lavorando da quattro ore.
Fece click sullicona del browser e si mise a leggere la casella di posta. Mentre cancellava i soliti messaggi di spam cap che non aveva pi voglia di scrivere.
La Giorgiana-By-The-Sea per quella volta non sarebbe diventata un museo.
Forse in futuro s, ma non quel giorno.
Salv il file e lo chiuse.
...
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...
Fine.
...
.
...
3. La Biblioteca di la.
...
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...
In un certo scaffale dun certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario lha letto, ed  simile a un dio.
Jorge Louis Borges.
...
.
...
Non esiste uomo che non sia bibliotecario, poich non vi  altro che la Biblioteca, la quale, talvolta, viene anche chiamata universo.
 divisa in piani, ognuno poco pi alto degli scaffali che contiene. I livelli sono circolari ma con un raggio talmente tanto ampio da costituire  se si guarda da un qualsiasi punto allipotetico opposto  una linea dorizzonte.
Il colpo docchio che il bibliotecario ha sul piano in cui si trova rimane il medesimo per tutta la sua vita. Il piano stesso, nella sua interezza,  di fatto tutto ci che il bibliotecario vivr prima di morire. La circonferenza del livello  stata calcolata dalla mano ignota che lha creata in modo tale da essere bastevole per tutto il ciclo vitale del bibliotecario. Il concetto filosofico dellesistenza , quindi, influenzato dalla geometria data dalla vista.
Ogni quattro scaffali si trova una scala che permette di salire al piano soprastante.
A ogni bibliotecario spetta un piano.
Il mistero della nascita  ancora ignoto. A un bibliotecario capita almeno una volta nella vita di trovare sul pavimento del proprio livello un neonato.  suo dovere assisterlo fino al momento in cui egli abbia imparato a leggere. Dopodich deve indicargli una delle scale e invitarlo a salire affinch trovi un piano libero su cui poter iniziare la sua vita.
 questo, il dover salire, un momento delicato della vita di tutti. Si ritiene che la nascita su un livello invece che un altro avvenga con il criterio della casualit. Questo porta a due possibilit terribili che costituiscono il grado maggiore che la paura pu raggiungere nei pensieri di un uomo.
La prima possibilit  quella di nascere su un piano abitato da un bibliotecario molto anziano, il quale non vivr abbastanza per insegnare al neonato la lettura. Nella Biblioteca non tutti padroneggiano allo stesso modo larte di leggere, la quale   di fatto  essa stessa la vita. Esistono piani in cui i bibliotecari comprendono poco, o addirittura per niente, i libri che hanno a disposizione. Il non saper leggere correttamente  considerato dai bibliotecari come una malformazione fisica.
Laltra possibilit riguarda la ricerca di un piano vacante, del proprio spazio vitale. Esistono bibliotecari che passano tutta la loro esistenza, o gran parte di essa, a salire le scale. A volte, ci vogliono anni prima che si riesca a trovare un piano non occupato.
Nella Biblioteca la perseveranza  una delle qualit umane pi importanti.
Pu succedere che un bibliotecario si rifiuti di salire a lungo in cerca di spazio libero e decida di prendere il posto del suo mentore, oppure di ammazzare loccupante di un altro piano.
La fede in un disegno divino che ha stabilito un sommo criterio di funzionamento per luniverso impedisce alla maggior parte dei bibliotecari di difendersi nel caso in cui il proprio livello, quindi la propria vita, venga usurpato da altri.
Il comune sentire inoltre ritiene che il sommo meccanismo di funzionamento della Biblioteca tenga conto anche di questaspetto dellagire umano.
Non esiste un interno e un esterno poich questo implicherebbe il concetto di finito, limitato.
La Biblioteca, in quanto universo, appare ai bibliotecari come infinita. Da questo punto di vista, ogni bibliotecario ha infiniti piani sia sulla testa che sotto i piedi.
Non  possibile percorrere le scale in senso inverso, scendere. Pur non essendovi nessuna limitazione fisica o barriera, non c bibliotecario che sia in grado di andare ai piani sottostanti.
Limpossibilit  data dalla barriera pi efficace che la mano ignota della creazione ha saputo concepire: il pensiero umano.
Ogni bibliotecario pensa che sia impossibile scendere ai livelli inferiori e questo rende limpossibilit - che, talvolta, viene chiamata dogma  effettiva.
Il bibliotecario non ha nessun compito se non quello di imparare a leggere e cercare un piano in cui vivere. Non esistono comandamenti precisi in merito alluso che il bibliotecario deve fare dei libri. Qualcuno chiama questaspetto libero arbitrio.
Lovviet delloggetto libro ha fatto s che lunico utilizzo concepito sia quello, appunto, di leggere.
Sul perch i libri della Biblioteca vadano letti esistono tre principali scuole di pensiero.
La prima, seguita da numerosi adepti, dice che la lettura serve a cercare il senso della Biblioteca; la mano ignota della creazione, che qualcuno chiama Divino, ha avuto cura di spiegare in uno dei volumi lessenza dellesistenza; compito del bibliotecario  trovare quel libro.
La seconda, apparentemente pi semplice, afferma che non esiste un motivo vero per cui bisogna leggere; il bibliotecario apre i libri se ha voglia di farlo, altrimenti  lo stesso;  ritenuto inutile il tormentarsi con la ricerca di un senso.
La terza professa lesistenza di un Divino onnipotente e, allo stesso tempo, benevolo (i bibliotecari di questa scuola, che qualcuno chiama setta, non concepiscono il conflitto tra lonnipotenza e la bont danimo). Il Divino ha creato la Biblioteca e tutta la vastit dei libri affinch luomo ne goda, ma in maniera misurata. I bibliotecari della setta conducono quindi vita morigerata, senza mai leggere pi del dovuto; credono poi fermamente che questa condotta gli permetter, con la morte, di accedere allonniscienza, ovvero allo status di chi si  liberato dalla necessit di leggere libri. Alcuni chiamano questa conquista con il nome di paradiso. Esiste poi, per contro, un luogo di sofferenza per chi ha letto troppo, pi del concesso. Questa punizione viene chiamata inferno.
I libri occupano gli scaffali senza un ordine preciso. I tomi delle materie pi disparate si fanno compagnia tra di loro. Alcuni sono di poche pagine, anche di un solo foglio. Altri invece hanno centinaia di capitoli. Non  detto che un libro sia sempre completo: esistono libri che iniziano, si sviluppano e poi, in un punto apparentemente casuale, sono senza parole, bianchi; poi, qualche pagina dopo, linchiostro riprende a tracciare frasi.
Esistono anche libri completamente privi di scrittura e il loro senso non  dato di sapere.
Ogni volta che un bibliotecario legge un libro apprende qualcosa in pi sulla Biblioteca. Non  detto per  difatti non lo  quasi mai  che questa porzione di sapere acquisita sia assoluta, non contestabile. I libri che contengono fatti incontrovertibili, dimostrati matematicamente, sono la minoranza rispetto a quelli che esprimono ipotesi.
 difficile, per il bibliotecario inesperto, distinguere laffermazione empirica dallipotesi poich questultima, nella maggior parte dei casi,  espressa in tono assoluto; come se fosse certezza.
Questo ha fatto nascere in alcuni bibliotecari lidea che i libri non sono oggetti positivi a priori ma che, essendo frutto dellanimo umano, vadano valutati con attenzione.  comune opinione tra i bibliotecari che la vita consista proprio nel dramma del doversi barcamenare tra le infinite affermazioni esistenti.
Alcuni bibliotecari ipotizzano lesistenza di un posto, raggiungibile dopo la morte, in cui si soffre in funzione della cattiva condotta avuta. Non  il medesimo prospettato dalla terza scuola di pensiero, dalla setta, anzi, si basa sul presupposto esattamente contrario. Questa tipologia dinferno  pensata come una grande piazza in cui molti demoni esprimono unopinione a cui il dannato deve controbattere. La debolezza della sua argomentazione  coerente con le poche letture fatte in vita. Per questi bibliotecari, quindi, linferno  di chi ha letto con moderazione.
Esiste poi, secondo una logica ritenuta da tutti ragionevole, un limbo dedicato a chi non ha avuto la possibilit di imparare a leggere. Per i bibliotecari  male solo lazione negativa compiuta da chi possiede gli strumenti per riconoscere tale negativit.
Il male involontario  una negativit senza colpa. Nel limbo vengono ospitati, in perfetto equilibrio di sentimenti, gli analfabeti.
Lapparato fonatorio dei bibliotecari  perfettamente funzionante. Ciononostante viene utilizzato raramente e per brevi periodi; in genere per il tempo che serve a insegnare la lettura ai nuovi venuti. Molti si sono per interrogati sulla troppa differenza che esiste tra le potenzialit del mezzo e il suo utilizzo comune. Allora si  ipotizzato che un tempo i bibliotecari parlassero tra di loro, tramandandosi da piano a piano le scoperte fatte. Ci deve essere stato, pensano tutti, un momento nella storia in cui la voce  stata messa da parte per un qualche motivo molto importante.
Di questo avvenimento se ne  persa la memoria ma, ne sono tutti certi, prima o poi verr letto il libro che la contiene. Molti bibliotecari pensano che un giorno i piani riprendano a comunicare tra di loro. Questo avverr, presumono, quando uno dei bibliotecari finalmente riuscir a trovare il libro in cui tutto  spiegato, che contiene il senso supremo. Allora non rimarr altro che informare linfinit di piani esistenti.  a quel punto che la voce torner a esprimere la sua vera potenza.
Vi  nei bibliotecari la consapevolezza che il libro supremo si trova esclusivamente su un piano e, quindi, non potendo la collettivit attingerne, si attende la voce del fortunato i cui occhi potranno per primi sapere. Lunicit del libro supremo costringe i bibliotecari a una fiducia reciproca. Il silenzio della Biblioteca, per loro, significa non-scoperta; conoscenza non definitiva.
Ogni bibliotecario, infine, in cuor suo si augura che il silenzio permanga a causa della scoperta ancora mancante, del persistere dellignoranza e non per egoismo altrui.
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Fine.
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4. Multa \ Vigile \ Scrittore.
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Luomo non  fatto per la sconfitta. Un uomo pu essere distrutto ma non sconfitto.
Ernest Hemingway.
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Lato A.
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1.
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Parcheggi il suo furgoncino in divieto di sosta. Non si era accorto del cartello. Impieg esattamente dieci minuti e ventotto secondi per fare quella prima consegna della giornata. In quel lasso di tempo un vigile in moto not linfrazione e redasse la multa da quattordici euro e ottanta centesimi, la lasci sotto la spazzola tergicristalli e se ne and via; un gatto, uno dei tanti della citt, proprio in quel momento decise di raggiungere il cornicione delledificio utilizzando il furgoncino come gradino intermedio, smosse con la zampa la spazzola e la multa cadde per terra.
E fu come Proust quando assaggi la madeleine in un lontano giorno a Cambray. Fu linizio di tutto.
Rimise in moto e si diresse verso la sua nuova destinazione. Il furgoncino era vecchio ma dal motore ancora buono, cera per da farci un po di manutenzione, controllare i freni e cambiare le gomme. La spesa pi grande era per quella delle sospensioni che cigolavano da mesi e andavano sostituite prima che il problema diventasse pi serio. A questa cosa dedicava almeno sette o otto pensieri durante la sua giornata.
Con i motori  meglio intervenire al primo sentore di guasto, diceva spesso, altrimenti si rischia di peggiorare la situazione e spendere il triplo per rimediare.
Il traffico e il vento spazzarono la multa nella cunetta tra la strada e il marciapiede. Rimase l fino alla data di scadenza, dieci giorni dopo, parzialmente coperta da altra spazzatura.
Poi piovve. Fu un bel temporale fitto che dur qualche ora. Dopo il mondo fu allo stesso tempo un po pi pulito e un po pi sporco, come sempre dopo la pioggia. La multa si dissolse e divenne quel che diventa la carta dopo che lacqua lha sciolta.
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2.
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Faceva quel lavoro da cinque anni e, per la prima volta in vita sua, sentiva che non ne avrebbe fatti altri fino alla pensione. Non che fare consegne per conto di una pasticceria gli piacesse particolarmente, ma ormai non aveva pi voglia di cercare altro.
La paga non era alta ma con un po di accortezze si riusciva a vivere. Non era un lavoro particolarmente difficile, lunico problema era quello di svegliarsi molto presto la mattina quando toccava a lui rifornire i bar, il che capitava una settimana ogni tre; abbastanza sopportabile, dopo tutto.
Cera poi il vantaggio  per lui assolutamente non trascurabile  di lavorare in solitaria. Gli unici contatti che aveva durante la giornata erano con i destinatari delle consegne e in genere duravano al massimo qualche minuto. Per il resto era lui, il furgoncino e il traffico della citt.
Per un periodo, qualche anno prima, ebbe la sensazione che le cose che scriveva prima o poi avrebbero smosso un grande editore. Scriveva con lentusiasmo straripante dei ventanni, gonfiando la scrittura di parole che in realt erano degli scrittori che aveva letto e non sue. Imbastiva le storie tagliuzzando quelle degli altri, prendendo dal recente e dal remoto a seconda del bisogno. Quando poi se ne rese conto non si scoraggi, non smise di scrivere. Semplicemente prov a cercare il suo stile e ci riusc. Ma non era uno stile che piaceva.
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3.
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Quella mattina il vigile fece altre nove multe, litig con un automobilista che riteneva di essere nel giusto, prese un caff con un collega, mangi un panino al volo, prese un altro caff, consegn i verbali in amministrazione, se ne and a casa e guard la gara di Formula uno della domenica precedente che il figlio gli aveva registrato, parl con la moglie di cose di poco conto, fece una doccia e si mise a letto. Russ parte della notte e si svegli una volta per andare in bagno. Il giorno dopo si prepar con calma ma usc di casa dimenticandosi di lavarsi i denti. Compr poi un pacchetto di gomme da masticare per ovviare al problema.
La multa, quella multa, divenne materiale digitale, una stringa pi o meno lunga di zero e uno che un software traduceva in uninterfaccia grafica leggibile da chiunque. Il sistema computerizzato, tenendo conto della data di emissione, lasci che i dieci giorni prima della scadenza trascorressero nellimmobilit pi assoluta. Nel frattempo, fuori da quei circuiti, la vita scorreva ignara.
Poi, alle ore 00:01 dellundicesimo giorno, un impulso elettrico, anchesso contenente stringhe di codice binario, invi un comando al sistema centrale che redasse un documento standard di sollecito incrementando la cifra iniziale di altri ventisei euro e settantotto centesimi. Lo stesso sistema azion una stampante.
Ora la cifra da pagare era di quarantuno euro e cinquantotto centesimi.
Quando alle otto del mattino limpiegato addetto alla posta entr in ufficio trov una serie di lettere di sollecito pronte per essere imbustate e spedite.
Alle dodici, poco prima della pausa pranzo, il messo comunale si present allufficio postale del quartiere e sped trentotto lettere raccomandate. Dodici di queste erano solleciti a multe redatte undici giorni addietro.
Sette anni prima, via Piero Della Francesca fu rinominata via Palmiro Togliatti; la parallela da via Rustichello da Pisa divenne Via Alcide De Gasperi e laltra ancora, da via Cimabue pass a essere via Parri.
La raccomandata contenente la multa, per, era stata spedita a via Piero Della Francesca perch nessuno, evidentemente, aveva aggiornato la toponomastica sugli archivi del Comune.
A consegnare la posta in quella zona era un postino di mezzet che si era stancato da anni di quella vita e viveva costantemente nel limbo tra limminente promozione per stare negli uffici e la non troppo lontana pensione che, volendo, con qualche stratagemma poteva arrivare anche con qualche anno di anticipo.
Ricordava che un tempo via Palmiro Togliatti si chiamava via Piero Della Francesca e che quindi, molto probabilmente, quella raccomandata era a via Togliatti che doveva andare. Ma a voler risolvere tutte le falle di quel sistema, lo diceva sempre, sarebbe sicuramente impazzito. E allora and alla nuova via Piero Della Francesca che, rispetto alla vecchia, era esattamente dallaltra parte della citt. Come previsto non trov il cognome indicato sulla busta.
Etichett la consegna con la dicitura destinatario sconosciuto e riport la lettera in ufficio. Quattro giorni dopo, un suo collega la restitu al centro smistamento posta del Comune dove rimase accatastata sotto una pila di altri documenti per circa un mese.
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4.
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Scriveva mezza pagina al giorno, in genere prima di andare a dormire la sera. Aveva adottato lo stratagemma furbo di trasformare lesigenza in abitudine. Lunico modo che uno scrittore ha, pensava, per scrivere libri senza impiegarci anni.
Aveva sul desktop del pc numerosi file di testo. Tre o quattro romanzi, una ventina di racconti, una miscellanea con cose che potevano essere tutto e niente.
Non era il tipo da dedicarsi a ununica cosa fino a che non lavesse completata. La sua era una scrittura parallela, che seguiva la voglia del momento. E allora se ne stava con cento storie sospese nella testa in attesa di un prosieguo.
Alternava progetti concreti a vaghi sogni di gloria. Pi passava il tempo, per, e pi il suo bovarismo si attenuava e, pian piano, riusciva a vedersi per quello che era per davvero: uno che scribacchiava, non si sa se bene o male, e che non avrebbe avuto niente di pubblicabile per molto tempo ancora.
La stanchezza di ogni sera, le esigenze pratiche di vita e il sesso lo distraevano da questa presa di coscienza quel tanto che basta da farlo andare avanti tutto sommato bene.
Ammise serenamente a se stesso che nessuno mai gli avrebbe dato un giorno il premio Nobel.
Uno non ci pensa, ma ci sono ogni giorno diverse cose che ci riguardano che si muovono vicine e lontane. Il curriculum inviato a unazienda che viene letto, il contatore della corrente gi in cantina che sta attento a come si muove lelettricit in casa, segna tutto e manda in centrale. Cose cos, insomma.
La raccomandata della multa, per esempio, se ne stette per altri trenta giorni negli uffici comunali. La cosa ironica  che lui in quel mese pass numerose volte davanti a quegli uffici, forse pi di cento, e mai immagin nemmeno lontanamente che l dentro qualcosa lo riguardasse.
Il trentunesimo giorno un impiegato apr la lettera avendo cura di non rompere la busta, pass tutto dentro a un grosso scanner e lasci che il computer facesse il resto.
14,80 costo della multa originale + 26,78 sovrattassa per ritardo pagamento + 50 incremento per mancata ricezione e inoltro = 91,58.
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Venne predisposta una nuova raccomandata che per si perdette per gli stessi motivi della prima. Lindirizzo non aggiornato e la poca voglia del postino di rimediare da s. Era la burocrazia che sia arrotava su se stessa.
Quindi di nuovo la stessa trafila: giacenza, destinatario irreperibile, ritorno nella posta comunale, nuova giacenza, sovraccosto.
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14,80 costo della multa originale + 26,78 sovrattassa per ritardo pagamento + 50 incremento per mancata ricezione e inoltro + 75 ritardo pagamento oltre
i novanta giorni = 166,58.
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A questo punto nacque una questione nuova. La normativa vigente prevedeva che per importi superiori ai 100 era possibile demandare la riscossione allIstituto Statale Recupero Crediti.
Senza pensarci troppo su  ma comunque con calma  uno degli impiegati comunali incanal la pratica verso lufficio competente il quale vidim, approv e a sua volta demand ad altro ufficio che fece pi o meno lo stesso e sped la cartella all I.S.R.C.
Anche lI.S.R.C., per, richiedeva un obolo da pagare per gestire la questione. E allora la multa che ormai non era pi una multa, si arricch di unaltra voce.
14,80 costo della multa originale + 26,78 sovrattassa per ritardo pagamento + 50 incremento per mancata ricezione e inoltro + 75 ritardo pagamento oltre
i novanta giorni + 150 imposta di recupero credito = 316,58.
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Limpiegato che gest la pratica, maturando provvigione sul recuperato, singegn a capire come mai il pagamento non fosse mai andato a buon fine.
Il debitore aveva perso il lavoro e non aveva denaro?
Il debitore contestava una o pi voci della cartella esattoriale?
Il debitore era morto?
Il debitore si trovava allestero in via temporanea o definitiva?
Il debitore era scomparso senza lasciare traccia di s?
Per ognuna di queste ipotesi esisteva una procedura. Non cera frangente che non fosse stato in qualche modo proceduralizzato.
Se per esempio il debitore aveva perso il lavoro, procedura voleva che sindagassero i beni mobili e immobili, quindi pignoramento. Se, invece, contestava una o pi voci della cartella lo si sarebbe tranquillizzato, coccolato, eventualmente ascoltato e rimborsato. Rimborsato, appunto. Cosa che, in ogni caso, implicava un pagamento a priori. Se il debitore era morto, poco male: si scalava il debito al parente pi prossimo. Se era allestero cera un ufficio dellIstituto che si occupava di riscossione internazionale. Se era scomparso ci si muoveva con la stessa procedura del caso numero uno, quella della perdita del lavoro, e quindi che sindagassero i beni mobili e immobili, in ultimo il pignoramento.
Per fortuna (dellimpiegato) il caso non riguardava nessuna delle ipotesi precedenti. Il debitore, come gi scritto, semplicemente non sapeva del debito. Bast una telefonata allufficio anagrafe del Comune (che era tre stanze pi in l rispetto a quello da cui era stata spedita, ripetute volte, la multa) per apprendere la questione che sette anni prima via Piero Della Francesca fu rinominata via Palmiro Togliatti; la parallela di Via Rustichello da Pisa divenne Via Alcide De Gasperi e laltra ancora, da via Cimabue pass a essere via Parri e cos via.
Trovato linghippo, corretto lindirizzo, la questione sembrava avviarsi verso una veloce risoluzione. Ma accadde linaspettato.
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Lato B.
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A settantatr milioni di anni luce da via Palmiro Togliatti, su un pianeta molto simile alla Terra, ma quattro volte pi grande e di qualche era pi vecchio, centoventi astronavi da guerra stavano per alzarsi in volo e mettersi in viaggio verso la nostra galassia. Il loro intento  come i film sugli alieni insegnano  era ostile.
Il caso volle che tra i vari pianeti individuati come possibili obiettivi  cinque in tutto  la Terra fosse il pi vicino e il meno pericoloso da affrontare.
La possibile estinzione degli umani, come molte cose, quasi tutte, fu decisa da un mero calcolo opportunistico. Il maggior profitto con la minor spesa. Il capitalismo intergalattico.
Sul perch quegli omini verdi  che in realt erano neri, molto alti e incredibilmente forti  avessero preso tale decisione non fu mai completamente chiaro.
Da quel poco che si riusc a capire, nei rari contatti non ostili tra umani e extraterrestri, ci stavano osservando da anni; forse qualche decennio.
Volevano capire se quel che interessava loro fosse presente in quantit massiccia  se il viaggio valeva il bottino, insomma  e se fosse pi o meno agevole sottrarlo ai loro possessori, gli umani.
Quando diedero un s a entrambe le domande iniziarono a prepararsi per la guerra.
Nel frattempo, ignaro come il resto della sua specie, il multato  ignaro anche di questo, tra laltro  stava passando il suo sabato pomeriggio davanti al pc portatile sperando che una bella storia arrivasse a visitarlo.
Le dita fremevano ticchettando sulla plastica della tastiera ma senza esercitare mai la forza necessaria per premere definitivamente un tasto. Ne sarebbe uscita fuori una lettera, poi una parola. E lui in quel momento di parole non ne aveva.
Il guaio, lo diceva spesso, era iniziare. Quando una storia  mezza iniziata poi  pi facile continuarla.
Finirla: un altro bel problema che per al momento non si poneva.
Allora ripens ai libri di scrittura creativa che aveva letto, li sbirci per un istante sulla mensola e li vide come sempre al loro posto, zeppi di nomi americani sul dorso che gonfiavano lapparenza e il prezzo. Nessuna ispirazione.
Apr allora Google e scrisse: rimedi al blocco dello scrittore. Migliaia di risultati. Ne lesse uno a caso pescato tra i primi tre. Era un blog di qualcuno che teneva un corso online gratuito di scrittura, una lezione a settimana e un video al mese. Gli esempi proposti erano tutti tratti dai suoi romanzi, tutti accuratamente autopubblicati.
Il multato\aspirante scrittore lesse qualche riga e si ferm su una frase che sembrava fare al caso suo: Partite raccontando una cosa qualsiasi, non importa quale. Anche se non centra nulla con la storia che volete raccontare va bene lo stesso.  un inizio e tanto basta.
Per un attimo ebbe il dubbio di aver gi letto altrove quella frase, forse in uno dei suoi manuali oppure chiss dove. In ogni caso si sentiva ottimista. Era la dritta che cercava.
E finalmente le dita si mossero. Ne venne fuori un paragrafetto in cui una mosca si posava sul tavolo di una cucina per mangiare qualche briciola di pane lasciata l dopo un pranzo; poi volava via verso la finestra aperta e fuori un sole accecante laccolse e poi il traffico della strada e i suoi rumori.
Una buona immagine, pens. Ne avrebbe potuto fare un racconto o, con un po di fortuna, un romanzo. Forse quello decisivo, quello che gli avrebbe permesso di vivere di scrittura.
Anche Bukowski aveva fatto cos, pensava, anche lui aveva scritto per anni senza mai venirne a capo e poi, un giorno come un altro, la gloria improvvisa; o una cosa del genere, almeno.
Mentre salvava sul desktop la sua storia appena iniziata, su quel pianeta lontano, che presto i terrestri avrebbero chiamato Mangusta-100 per pura convenzione, senza avere la minima idea di come fosse fatto e dove si trovasse, le astronavi presero il volo alla volta della Terra. Sarebbero giunte a destinazione in dodici ore solari, un tempo infinitamente piccolo rispetto alla distanza che dovevano percorrere.
Il postino fu tra i primi ad accorgersi che qualcosa non andava quel giorno. Il gps del suo navigatore funzionava a intermittenza. Non lo usava da anni, anzi, forse non lo aveva mai usato. Tuttavia gli piaceva vedere quel puntino  che era lui  spostarsi su e gi per il display seguendo la cartografia della citt. Era un modo un po metafisico di far compagnia a se stesso. Fu per questo che, quanto il navigatore smise definitivamente di funzionare, si sent un po solo.
Il panico arriv quando i cellulari smisero di funzionare.
Allinizio si pens a un guasto, si prov a portare pazienza e a ricordarsi dove stavano le poche cabine telefoniche ancora attive in citt. Poi, prima della preoccupazione, arriv lastinenza da social network. Era crudele dove subire un
guasto alla rete e non poter protestare su Twitter.
Ci fu come un terremoto, o uno spostamento daria. Non si cap bene. Il sole si oscur e laria si fece pi calda, con un vago odore di bruciato.
Poi fu lAmerica: nel cielo comparve lenorme astronave madre.
Starsene in casa a scrivere di una mosca che svolazza mentre fuori succede il finimondo  il problema di moltissimi scrittori.
Viveva in una casa brutta ma silenziosa. Era stata costruita negli anni Settanta in quella che prima era la periferia e ora era diventato il comodo quartiere a ridosso del centro. Fu proprio su questargomento che insistette lagente immobiliare per tentare di vendergli quellappartamento un po triste e umido. La zona  servitissima, disse, i supermercati si sprecano e a due passi c la stazione. Ma ci che lo convinse davvero fu proprio la questione del silenzio. Lappartamento non dava su nessuna strada, gli affacci erano tutti su un cortile interno in cui gli unici segni di vita erano colombi che proliferavano indisturbati.
Era quello che voleva. Non una casa grande e luminosa, non  come si dice  fresca destate e calda dinverno e cose simili. Cercava un posto dove potersi estraniare per scrivere e quello sembrava fare al caso suo. Da quel punto di vista, non era possibile dargli torto.
Per questo motivo si rese conto della situazione solo allora di andare a lavorare. Quando usc di casa era gi il panico per le strade.
La questione degli extraterrestri che sbarcano in Italia invece che da qualche parte in California fu la prima cosa a cui pens dopo essersi ripreso dallo spavento, quando anche linvasione degli alieni  come molte cose della vita  si
avviava a diventare un fatto assodato, quindi unabitudine.
Sul suo taccuino scrisse: Solo lamore, finch dura,  stupore continuo, costante. Tutte le altre cose, prima o poi, diventano unabitudine.
Ma a parte per questo guizzo di ispirazione, la questione lo contrariava alquanto. Non perch il genere umano rischiava di essere sottomesso a unaltra razza n per il costante pericolo di morte a cui tutti erano irrimediabilmente esposti. Gli dava fastidio il fatto che, molto probabilmente, i tempi in cui se ne stava qualche ora tranquillo in casa a scrivere erano finiti. Trentanni di mutuo buttati al cesso per niente.
Contrariamente a come si vede spesso nei film, umani e alieni non riuscirono mai a comunicare. I primi non trovarono un mezzo, i secondi pare non ne avessero la minima intenzione. Ogni tentativo di dialogo era inutile. Come in molte altre cose, chi tenta il dialogo o  il pi intelligente o  il pi debole. La situazione rendeva chiaro, lampante, il fatto che non era per lintelligenza che provavamo a dialogare con gli invasori. Erano pi forti, sia fisicamente che tecnologicamente.
Parlarci non significava soltanto tentare di risolvere la questione senza fucilarsi a vicenda, senza devastare tutto. Il motivo vero era tristemente umano. Appurato che si sta morendo, noi vogliamo per forza sapere perch, per quale motivo. Noi non siamo una specie che muore e basta, senza rompere i coglioni. Cio, ce ne andiamo allaltro mondo con molta facilit, sia chiaro, ma con una motivazione; non necessariamente plausibile purch esplicita. Morire senza sapere perch, senza logica,  una delle nostre pi grandi paure.
Ma gli omini verdi non avevano la minima intenzione di risolverci il problema. Nessuno ci pensava, ma chiss anche loro quante questioni avevano per la testa, quali politiche subivano, quali religioni e tutto il resto. Ad averle sapute, tutte queste cose, noi  ed eccolo laltro nostro guaio  in un certo senso li avremmo anche compatiti.
Ma forse queste sono solo elucubrazioni da umano, nientaltro. Magari tra di loro le cose erano molto pi lineari e i fatti sembravano dimostrarlo. Semplicemente scendevano dallastronave ogni tanto, non si cap mai con che criterio scegliessero i momenti per attaccare, e si mettevano a sparare a qualsiasi cosa: uomini, edifici, automobili e via dicendo. I fucili laser quelli s, ce li avevano come nei film. Era una specie di arma spara-tutto, che serviva sia a uccidere che a demolire. Probabilmente il nostro pianeta gli serviva liscio, senza strutture e forme di vita.
Insomma questa era la guerra intergalattica. Una fazione che spara allaltra e viceversa. Niente di nuovo nel sistema solare.
E quindi, essendo gli invasori sbarcati in Italia, ne consegu che gli italiani, gi per altro avvezzi alla questione, organizzarono per primi la resistenza.
I governi tentarono di armare chiunque fosse stato in grado di combattere. Mentre lesercito regolare arginava le prime offensive nemiche, nelle retrovie si addestrava il resto della popolazione. In pochi mesi tutto il mondo divenne un immenso apparato bellico.
Tra le fila degli arruolati cera anche il postino (il nostro) che vide in quella guerra unoccasione di riscatto verso non si sa bene cosa. Di riscatto e basta, diciamo. In realt, forse la spiegazione stava nel piacere che provava nel vedere il suo alter ego digitale muoversi tra le strade stilizzate del navigatore satellitare. Non era quindi per compagnia. Era che, in qualche modo perverso, sentirsi una pedina lo tranquillizzava. Ma ognuno si prende la felicit che vuole, come pu.
Fu tra i soldati migliori, tra quelli che arrivarono a combattere corpo a corpo con il nemico. Il suo battaglione era tra i pi vittoriosi, tra quelli che sarebbero finiti nei libri di storia.
Il fattorino\scrittore, invece, non brill mai in battaglia. Spar quando cera da sparare e si ritir quando cera da ritirarsi. Esegu, insomma, gli ordini che gli venivano dati. Si arruol non per dovere ma per conformismo sociale. In quella guerra non cerano scuse diverse dalla vigliaccheria per evitare di imbracciare le armi. Non era un conflitto di conquista, di religione o per il petrolio. Tutti gli orientamenti etici convergevano verso linterventismo. O almeno, cos avrebbe dovuto essere.
Non mancarono gruppi pi o meno nutriti di umani che si schierarono goffamente dalla parte degli invasori. Se venivano dal cielo, dicevano, dovevano per forza essere meglio di noi. Costituirono comitati, partiti, divisioni armate e tutti insieme marciarono verso il presidio terrestre proprio sotto lastronave madre. Esponevano un vessillo verde e nero con leffige di un alieno dallo sguardo umano. Era il simbolo della nuova lega che si sarebbe costituita.
Furono freddati a colpi di laser da una pattuglia che controllava il perimetro.
Poi, come una folgorazione improvvisa, durante una delle battaglie laspirante scrittore trov finalmente il suo posto nel mondo. Si accorse di una cosa semplice, piccola, eppure in un certo qual modo fondamentale: tutti si impegnavano nel combattere ma nessuno si stava prendendo la briga di documentare gli avvenimenti, di fissarli su carta per costruire una futura memoria.
Fu allora che anche a lui successe ci che talvolta accade ad alcuni e che rende poi le loro vite pi serene e, volendo, meno incerte: si riconobbe in un ruolo ben preciso.
Sarebbe stato il cronista della guerra.
Si dedic a quellattivit in ogni momento utile e con tutti i mezzi reperibili. Scriveva al pc quando il nemico concedeva lunghe  e inspiegabili  tregue, salvando tutto su una memoria usb che custodiva come la cosa pi preziosa al mondo. Il pi delle volte, per, era costretto a scrivere su carta, spesso su fogli di fortuna che raccattava dove riusciva.
Pass cos i sette anni che ci vollero per far capire agli invasori che forse non era il caso di continuare ulteriormente in quel modo.
Una mattina, infatti, senza nemmeno aver perso chiss quale grande battaglia, in una situazione per niente a loro sfavore ma comunque ancora del tutto incerta, abbandonarono il pianeta.
Risalirono sullastronave e arrivederci e grazie. Nessuno seppe spiegarselo. Gli umani, allora, decisero di prendere quella cosa per quel che sembrava. Una vittoria.
Improvvisamente, cos come era cominciata, la guerra fin o, forse, fu sospesa a tempo indeterminato.
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Bonus Track.
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Inizi la ricostruzione. Fu una cosa inaspettatamente veloce. Gli invasori, a conti fatti, non avevano provocato poi chiss quali danni. Le strutture fondamentali erano ancora in piedi. Probabilmente, disse qualcuno, rientrava nel loro progetto di conquista: di un mondo completamente raso al suolo non se ne sarebbero fatti niente.
Ci fu chi se ne approfitt, come spesso accade, chi emigr in zone meno colpite per provare ad avere un futuro migliore, chi si rimbocc le maniche per farsi una vita e chi ritorn a fare ci che faceva prima della guerra.
Fu questultimo il caso del postino\soldato che in battaglia si era ricoperto di onori e ora il salotto di casa sua faceva bella mostra delle medaglie ricevute.
Si parl anche di una sua nomina a Cavaliere della Repubblica  non appena fosse stata di nuovo messa in piedi, la Repubblica  ma poi la cosa super il clamore del momento e fin nel dimenticatoio. Ne trasse lirriverente conclusione che uno pu anche salvare il mondo, ma se non batte il ferro finch  caldo qualcosa sempre ce la perde.
Si rimise quindi a fare il postino e, con calma, la sua vita torn a essere quasi quella di sempre.
I primi tempi, il sabato sera quando se ne stava sul divano a oziare, pensava spesso a questa cosa, a questo aver fatto come il mito del contadino romano che va un attimo a combattere i punici e poi se ne torna sereno a seminare il grano. Finch ci pens non arriv mai a capire se questo fosse un bene o un male.
Da questo momento fino alla fine, il racconto diventa come un film a montaggio alternato. Accade qualcosa al personaggio A, stacco netto, accade qualcosa al personaggio B. Ogni tanto schermo diviso in due, alla orientale. Sul lato destro gli avvenimenti del personaggio A, sul sinistro invece il personaggio B. Lo spettatore\lettore dovrebbe, se il regista e il montatore sono bravi, percepire le due storie come contemporanee: luna accade nello stesso momento dellaltra ma in due posti diversi.
Stacco Uno. Lo scrittore\fattorino\ex combattente della resistenza  in camera sua. Lambiente  pi spoglio rispetto a sette anni prima ma comunque restituisce una sensazione daccoglienza. Il personaggio  intento a scrivere forsennatamente al computer, intorno a lui ci sono pile di carte parecchio rovinate.
Stacco Due. Il postino\ex combattente della resistenza\quasi Cavaliere della Repubblica sta uscendo di casa. Mentre esce fa lazione di indossare il berretto da lavoro. Gesto simbolico per raccontare linizio della sua giornata lavorativa.
Stacco Tre, schermo diviso. Lato destro: primo piano sugli occhi dello scrittore, concentrati e determinati. Lato sinistro: la mano del postino che apre la porta dellufficio postale ed entra. Campo lungo sullo stanzone dove alcuni impiegati sono alle loro scrivanie, chini sui documenti.
Stacco Quattro. Lato sinistro: nero. Lato destro: lo scrittore che beve una birra, la bottiglia gronda di condensa per restituire la sensazione del ghiaccio. Qui, se il regista  bravo, lo spettatore\lettore deve pensare che nellambiente del personaggio fa molto caldo.
Stacco Quattro (continua.) Lato destro: nero. Lato sinistro: il postino esce dallufficio con la sacca carica di lettere da consegnare.
Schermo nero con cartello recante la dicitura dodici ore prima.
Stacco su personaggio sconosciuto. Qui lo spettatore\lettore, se  bravo, riconosce che ci troviamo negli uffici comunali descritti poco dopo linizio del racconto. Anche qui il tempo  passato e la guerra ha impoverito tutto. Il computer  lo stesso di sette anni prima. Limpiegato lo accende. Primo piano sul suo dito indice della mano destra che preme il tasto Enter sulla tastiera.
Stacco due: dissoluzione a nero su suono di calcolatore che computa.
Pausa a schermo nero. Si sente una canzone vagamente rock dal volume sempre crescente. Quando diventa perfettamente udibile la scena passa di nuovo nella casa dello scrittore\fattorino\ex combattente che  appena rientrato da chiss dove e in mano ha alcuni faldoni tra cui si riconoscono delle lettere.
Stacco, schermo diviso. Nessuna dicitura lo indica ma si capisce, o si dovrebbe capire, che le immagini stanno per raccontare una cosa avvenuta in precedenza, circa tre o quattro ore prima.
Schermo di destra: il postino che cerca tra le lettere, ne prende una e la porge al destinatario. Il momento  importante: per la prima volta personaggio A e personaggio B si incontrano, ignari di appartenere da svariate pagine alla stessa storia.
Schermo di sinistra: il computer nellufficio comunale mostra nelle cifre indistinte, primo piano sullo schermo.
Stacco. Lintera visuale  quella dello schermo del pc. Il monitor mostra il seguente testo:
14,80 costo della multa originale+ 26,78 sovrattassa per ritardato
pagamento + 50 incremento per mancata ricezione e inoltro + 75 ritardato pagamento oltre i novanta giorni + 150 imposta di recupero credito + 0.50 per die oltre oneri di mora gi inseriti + 1278 calcolati per 2556 giorni di mora  ulteriori = 1594,58
Stacco su schermo nero. Medesima musica rock in crescendo.
Stacco sullo scrittore\fattorino\ex combattente che apre la busta e legge la notifica.
Stacco finale: il globo terrestre visto dallo spazio, la camera indietreggia fino a farlo diventare un puntino indistinto in mezzo alluniverso.
Titoli di coda.
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Fine.
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5. Citt \ Luci \ Passeggiata.
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 solo luomo medio, certo, moralista e presuntuoso, che subisce inconsapevole la cattiveria pi grande: essere quello che .
Andrea G. Pinketts.
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Lillo passeggiava per il Corso, ogni tanto attraversava la strada senza un motivo, per il semplice gusto di cambiare marciapiede. Non aveva una meta precisa. Il suo unico scopo era muoversi.
In realt anche quando aveva un posto dove andare non percorreva mai sempre la stessa strada. Gli piaceva variare, un piccolo modo per non arrendersi alla noia dellabitudine.
Osservava senza vera curiosit i disegni tracciati dai marmi, si divertiva a calcare le pietre del selciato che formavano un qualche disegno geometrico.
Spesso alzava lo sguardo per osservare le persone. Vedeva mille volti diversi eppure tutti uguali: chi cammina per strada sembra avere unespressione standard, qualcosa di studiato, di circostanza, un vestito adatto a questo tipo di situazione.
Lui si sentiva diverso, non si identificava con quella folla grigia.
S, il grigio era il colore pi adatto a descrivere quella massa di gente. Eppure era festa, un momento di pseudo-gioia, o quantomeno di finto benessere: tutti con su labito buono, il trucco accurato, la borsa alla moda.
Un uomo indugiava davanti la vetrina di una boutique, camminava entro uno spazio ristretto, poche falcate e poi ritornava. Evidentemente aspettava qualcuno. Finalmente, un opulento signore in doppiopetto gli si fece incontro, gli strinse la mano e poi insieme entrarono nel vicino caff. Quale importante affare avevano da discutere? Che decisioni dovevano prendere quella sera?
Tutto questo a Lillo non importava, lui era superiore a questi meccanismi; s, forse un tempo anche lui avrebbe sbavato per avere una maggiore tranquillit, ma non in quel momento, non quel giorno.
Un vecchio con una lunga barba suonava una sgangherata fisarmonica allangolo di via Pitti. Nessuna di quelle note aveva la pretesa di essere intonata, eppure lui era l, ci metteva il cuore in ogni singolo suono, in ogni piccola vibrazione di quella specie di ventaglio che era la cassa armonica; ma la gente non capiva. Qualcuno lasciava cadere qualche moneta, distrattamente, senza un minimo metro di giudizio, potevano essere pochi centesimi o diversi milioni (in realt non si arrivava mai a banconote ma sempre monetine). Quel tipo di arte (di emozione) non veniva valutata, il denaro regalato era pi per abitudine che per vera comprensione, gettato l, nella custodia della fisarmonica che fungeva anche da cestino dellelemosina.
Lillo non si sarebbe mai abbassato a fare una cosa del genere, non avrebbe mai svenduto la sua arte per pochi spiccioli lasciati distrattamente, non lo riteneva giusto; Dio non ha donato animi sublimi e altri grezzi, pensava, li ha fatti tutti allo stesso livello, poi ognuno decide quale lato del proprio animo mostrare, se quello artistico o quello pi sciatto.
Non cera dubbio su che tipo di scelta avessero fatto i tipi del bar in fondo a viale Nenni.
Lillo passeggiando ci andava spesso, li guardava attraverso la sudicia vetrina del baretto e gli facevano pena, erano tutti poco pi che quarantenni, ma lalcol e la nicotina li avevano resi senza et, in bilico; potevano avere dai trenta ai sessantanni, tutti l, rossi in volto, con la pancia inverosimilmente gonfia e dal rutto facile.
Lillo non nascondeva un certo ribrezzo nei loro confronti. S, forse era lui stesso un po troppo borghese, troppo ingentilito dal tenore di vita medio-alto che aveva vissuto, troppo corrotto dai ben pensanti, dai cosiddetti moderati, ma era contento che la sua vita non avesse preso una piega simile a quegli esseri che si nutrivano di birra e improbabili panini al tonno.
Andando sempre pi verso il centro citt, per, si accorgeva di un altro tipo di deboscia, forse ancor peggiore dei beoni della periferia: lungo il viale, stuoli di signore impellicciate camminavano guardando con interesse le vetrine dei negozi, i tacchi dei loro stivali alla moda scandivano il ritmo in modo deciso. Era vero: anche Lillo portava una bella pelliccia marrone, ma le signore per bene non la indossavano con la sua stessa disinvoltura, ma con una certa vanit ostentata, come a dire: guardate luomo che ho sposato cosa  in grado di comprarmi!.
Questa visione agli occhi di Lillo non era meno schifosa degli ubriaconi incontrati poco prima.
E che dire delle vecchiette bigotte che prendevano il t in piazza Pio Decimo? Con il loro fondotinta perennemente esagerato, il loro parlare simile a prove di forza: chi aveva il nipote o il figlio pi virtuoso che aveva preso questa o quella laurea in prestigiosissime universit, dal nome tanto difficile da pronunciare quanto illusorio.
Lillo non aveva studiato granch. Le uniche lezioni le aveva ricevute direttamente dalla madre, si trattava per lo pi di questioni pratiche: come lavorare, come ottenere facilmente cibo. Cose cos.
Per non si sentiva vicino nemmeno ai cosiddetti grandi padri del comunismo, in realt non sapeva bene di chi si trattasse, aveva sentito questespressione nella casa in cui abitava, dove occupava il ruolo di compagno dei signorini, i figli del notaio Mastrangelo.
Marx gli sembrava un nome da pastore maremmano. Non nascondeva una certa voglia di conoscerlo, un compagno gli avrebbe fatto comodo nei frequenti momenti di solitudine, o quando i padroncini dormivano, oppure nelle lunghe serate invernali, in quelle s che un amico cane poteva tornare utile. Ma Marx rimase solo un nome sentito e risentito nelle noiosissime conversazioni degli eruditi di casa.
Lillo usciva spesso, aveva il permesso dei suoi padroni e ne approfittava: osservando le persone aveva modo di capire comportamenti, gestualit, modi di fare.
Un signore con un goffo vestito da Babbo Natale sbraitava frasi irritanti che dovevano essere una rclame di un famoso centro commerciale che aveva appena aperto.
Lillo fu stupito dalla dignit di quelluomo. Nonostante il misero compito, il poverino dava alle parole strillate una dinamica particolare, piena di voglia di fare. Forse a casa aveva moglie e figli che laspettavano per mangiare, forse era lunico modo che aveva per sbarcare il lunario. Chiss.
Tutte queste cose suscitavano in Lillo sia pena che ammirazione: pena perch non sopportava vedere un essere umano che si abbassava a tanto pur di campare; ammirazione perch nonostante tutto, luomo riusciva a mantenere una sorta di dignit incrollabile, come se pensasse okay, ora sono alla vostra merc ma a casa ho il mio amore e i miei figli che mi aspettano, loro mi ripagano di tutto.
Laria di festa era in tutte le strade, da lontano proveniva,
come uneco smorzata, il suono di una banda musicale che passava, poi il suono divenne sempre pi nitido e vicino: era la processione che si avvicinava.
Lillo si fece da parte e rimase a osservare quel mare di persone in grigio che seguivano una grottesca statua di qualche santo famoso, portata a spalla da quattro uomini legnosi. Un opulento prete borbottava qualcosa di simile a un salmo, ogni tanto faceva una pausa e la folla ripeteva cantilenando lultima frase pronunciata dal religioso.
Il sacerdote era affiancato da due chierichetti. Uno di essi portava in braccio un enorme cuscino con dei soldi fissati in qualche modo sopra, laltro (molto pi pratico) portava una cesta piena di spiccioli. Erano molti di pi rispetto a quelli racimolati dal suonatore di fisarmonica di poco prima, a Lillo questa cosa non piacque, guard schifato il prete obeso e la folla, mentre girava lo sguardo ogni tanto si soffermava su qualche viso, tutti avevano una sorta di espressione che Lillo giudic bigotta.
Poi il corteo pass e la fanfara cominci a ridiventare lontana, Lillo sincammin dalla parte opposta.
Dentro di lui rivedeva tutte le immagini della serata. Quanta miseria! Quanto spreco di denaro!
Le due cose gli sembravano troppo vicine e contrastanti, non cerano vie di mezzo, ai suoi occhi il mondo non aveva equilibrio, era tutto cos ingiusto.
E allora dentro di lui scatt qualcosa, quasi un moto di ribellione. Voleva in qualche modo differenziarsi da quegli uomini ipocriti, voleva bilanciare a suo modo le cose.
Mentre le luci della festa coloravano il marciapiede bagnato, Lillo alz la zampetta posteriore destra e pisci appassionatamente sulla ruota di una Mercedes parcheggiata a ridosso del marciapiede.
...
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Fine.
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6. Vetrina \ Lavoro \ Metamorfosi.
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Non  mica necessario levarsi in volo fino al sole, basta strisciare fino a un posticino pulito sulla terra dove ogni tanto il sole faccia la sua comparsa
e ci si possa riscaldare un po.
Franz Kafka.
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La caratteristica principale per fare questo tipo di lavoro, gli dicevano,  saper ragliare in maniera convincente. Cio, non basta mettersi il costume da asino e tutto il resto, dicevano, bisogna immedesimarsi nella parte, incuriosire il cliente, convincerlo a soffermarsi davanti la vetrina; deve sorridere vedendo te vestito da asino che ragli come fossi uno vero.
Ci vuole un verso convincente, lungo e abbastanza forte da oltrepassare il vetro.
Non una cosa tipo iiiooo... iiiooo... gli dicevano, no, cos non va bene.
 pi una cosa raaa!!! raaa!!!
Capisci? Una bella erre vibrata seguita da una a disperata. Questo  il raglio dellasino.
Vibrazione e disperazione, questo  il segreto.
La paga  di tre euro a ora, il negozio  aperto dalle nove di mattina alle nove di sera. Tu per puoi iniziare con calma verso le dieci, tanto prima di quellora i clienti sono pochi. Alle due mi fai mezzora di pausa che per non ti retribuiamo. Alle due e mezza riprendi e vai avanti fino verso le otto e mezzo, poi smetti perch inizia la chiusura e meno gente si trattiene in negozio e meglio .
Se ti fai il calcolo sono undici ore che, a tre euro a ora, fanno circa trentatr euro che non sono male. Se consideri poi che non devi far nientaltro che stare immobile e ragliare, mi pare proprio un lavoretto pulito. Per il bagno, cerca di fare tutto durante la pausa pranzo, abbiamo preso apposta te che sei un maschio e hai meno esigenze, gli dicevano, le femmine ogni quarantacinque minuti ti chiedono di pisciare. E poi le femmine devono stare in negozio, sorridere solo alle clienti, entrarci in confidenza; bisogna convincere le mogli e annoiare i mariti, questo  il trucco per vendere presto e bene.
Ricordati, gli diceva, vibrazione e disperazione.
Cos Andrea ottenne il suo primo lavoro. Una settimana prima si era presentato allufficio personale del grande centro commerciale della sua citt, aveva risposto a un annuncio di lavoro e doveva fare il colloquio. Lo accolse una signorina dai capelli ancora caldi di piastra, il trucco appena accennato e unansia cronica per qualsiasi porta che si apriva o chiudeva. Gli fece compilare un modulo con i suoi dati personali e un test attitudinale. Andrea lesse con attenzione ogni domanda, per ognuna potevano esserci mille risposte possibili e lui non sapeva decidere quale fosse la pi appropriata. Appoggi la penna sul foglio e scrisse la prima che gli venne in mente. Rilesse pi volte perch non era sicuro della correttezza del suo italiano, anche se era appena laureato in Scienze delle Comunicazioni.
In mezzora riusc a rispondere a cinque quesiti, poi la signorina gli chiese indietro il foglio. Andrea glielo porse sorridendo, ma il suo era un sorriso teso, pieno di dubbi.
Era tutta unesagerazione, pensava. Non poteva essere che per un posto da promoter a tempo determinato, cos recitava lannuncio a cui aveva risposto, ci fosse bisogno di tutta quella trafila. Oppure il mondo del lavoro era fatto cos, si disse infine tra s, tutto un formalismo esagerato, un parlare piano e un piastrarsi i capelli.
La signorina, che doveva essere la segretaria di qualcuno, gli chiese di entrare in una delle porte che nel frattempo era stata socchiusa. Andrea spinse con una mano limposta e si fece strada in un ufficio molto luminoso; forse ci mise troppa forza, oppure la porta era di quelle leggere, fatto sta che rischi di farla sbattere contro il muro di lato. Riusc ad afferrarne la maniglia appena in tempo e goffamente la richiuse.
Dunque lei si  laureato da poco, gli disse. Su cosa ha scritto la tesi? Anzi, no, non me lo dica ch tanto prima si lascia alle spalle i libri e meglio  per lei e per noi. Qui si lavora, glielo dico subito, senza badare tanto al venerd-sabato-domenica.
Le sta bene?
Gli stava bene.
Qui il cliente ha sempre ragione ma il titolare del negozio ha pi ragione di tutti, gli disse.
Il lavoro dura poco,  facile e retribuito niente male. Se ti fai conoscere per, ti do del tu cos siamo pi pratici, il titolare si ricorda di te e magari ti richiama. Qui  essenziale farsi ricordare, gli disse, chi non si fa ricordare se ne sta a casa a mandare curricula.
Tu ce lhai il curriculum?
Ce laveva.
A parte la laurea, non hai fatto nientaltro?
Non aveva fatto nientaltro.
Va bene, ti dico subito che qui con la laurea ci facciamo poco, gli disse. Qui ci vogliono maniche rimboccate e disponibilit.
Ricordati, gli disse, maniche rimboccate e disponibilit.
Questo  il trucco per farsi ricordare.
Una settimana dopo si present puntuale per la sua prima giornata lavorativa.
Dunque, il lavoro consisteva nellindossare un costume da asino e sedersi in una vetrina addobbata a festa. Per tutto il periodo dei saldi quello sarebbe stato il suo luogo di lavoro, il suo ufficio.
Tutto sommato non sembrava male: non era troppo faticoso e i fari che illuminavano quella scenografia, di cui anche lui era parte, emanavano un piacevole tepore.
Doveva soltanto ragliare con una buona frequenza. Due, tre ragli al minuto.
Vibrazione e disperazione. Nientaltro.
La prima ora pass velocemente, Andrea prov il brivido di essere osservato dai primi clienti incuriositi. I suoi erano ragli convinti, divertiti; si sentiva quasi come un grande artista su un palcoscenico. Le famiglie si soffermavano sorridendo davanti la sua vetrina, i bambini lo indicavano con i loro indici minuscoli e le mamme prendevano in braccio i pi piccoli per fargli godere meglio lo spettacolo.
Gi dopo la seconda ora, per, i sintomi della stanchezza affioravano in maniera evidente. Sentiva la gola secca e dolorante, le gambe addormentate e un forte stimolo alla vescica.
Non era del tutto vero quello che gli avevano detto, che solo le femmine pisciano ogni tre quarti dora. Andrea in quel momento non desiderava altro che staccare cinque minuti per andare in bagno, bere qualcosa di caldo e riposarsi un attimo. La cosa per al momento era impossibile perch la sua pausa era ancora lontana, mancavano tre ore; inoltre, davanti la vetrina si accalcavano sempre pi persone. Allontanarsi significava rovinare lo spettacolo.
Allora si ricord del consiglio che gli avevano dato: maniche rimboccate e disponibilit. Nonostante il disagio era motivato a continuare il lavoro, quello era il modo per farsi notare e fare carriera.
In fondo era solo una questione di resistenza fisica, nientaltro. Certo  che non era il lavoro dei suoi sogni, non ancora. Si era immaginato un ufficio classico, con la scrivania e il computer; un lavoro pi dintelletto, insomma. Pens che forse aveva sbagliato a credere che la laurea gli aprisse da subito molte porte. Evidentemente non era cos, cera comunque da sgobbare, da farsi il culo e poi chiss, magari un giorno ottenere ci che desiderava.
Affront le altre ore di quella giornata con il pensiero costante che presto sarebbe stato diverso, sarebbe stato migliore.
Intanto per bisognava continuare a ragliare: vibrazione e disperazione. Quello era il trucco.
Finalmente arriv la pausa. Andrea prov ad alzarsi ma i muscoli sembravano intorpiditi, era come se si fosse svegliato da un lungo sonno e il corpo se ne stesse ancora per met assopito. And nella caffetteria del centro commerciale e compr un trancio di pizza pagandolo quanto una intera. La mangi voracemente, lasciando che la mozzarella calda gli ristorasse la gola. Pass quei trenta minuti di libert a uno dei tavoli del bar, con il costume da asino infilato a forza nel suo zaino; la testa enorme e vuota usciva fuori, un po afflosciata su un lato. Quello sarebbe stato il suo compagno di ogni giorno per oltre un mese, come fosse un animale domestico che non abbandona mai il suo padrone.
Riprese poi il suo posto in vetrina ma era come se il corpo non fosse riuscito a riposarsi, i muscoli gli facevano male e la gola sembrava pi secca di prima. Nonostante questo, Andrea si fece forza e, professionalmente, and avanti fino alla fine del turno.
Pass la prima settimana e finalmente stava cominciando ad abituarsi a quella routine, arrivava sempre meno stanco alla pausa pranzo, anche se la sera usciva di l con un avvilimento tale che a stento riusciva a mitigare con una nottata di sonno.
Poi per lo convocarono dallufficio del personale. Per non perdere tempo, gli dissero, mi venga durante la pausa pranzo tanto per quello che ci dobbiamo dire basta e avanza.
Le cose non vanno come previsto, dicevano. Nel lavoro ci vuole dinamismo.
Lei comprende?
Lui non comprendeva ma disse comunque di s.
Ci vuole un atteggiamento dinamico, attento agli umori del cliente. Mi comprende?
Lui comprendeva.
Lei ritiene di essere abbastanza dinamico per lavorare con noi?
Lui riteneva di esserlo.
Abbiamo deciso un cambio di coreografia, gli disse. Pare che la gente si sia abituata a vederla ragliare e non si ferma pi con la stessa curiosit di prima.
Lei mi ha ragliato come le avevo detto? Vibrazione e disperazione?
Lui lo aveva fatto.
Pare non sia bastato, o almeno non basta pi. Le affido una responsabilit maggiore, se la sente?
Lui se la sentiva ma chiedeva anche, timidamente, di cosa si trattasse.
Mi deve camminare carponi allinterno della nuova scenografia che predisporremo, pensi, appositamente per lei. Mi fa un giro della vetrina, mi scodinzola, mi fa finta di brucare il fieno e, ovviamente, mi raglia. La scodinzolata  fondamentale, il piatto forte, gli disse. Deve essere una cosa fluida: natiche e spalle, natiche e spalle.
Ci siamo capiti?
Si erano capiti.
Il luned successivo aveva il giorno libero. Pass tutto il tempo a girare per la citt in cerca di un nuovo lavoro, uno diverso; pi stimolante. Chiese a ogni negozio ma le risposte che ottenne erano tiepide, senza speranza. Osservava la gente riempire ogni angolo, avventarsi sulla merce con occhio attento; le commesse dai capelli legati e le mani stanche per i troppi vestiti che avevano dovuto ripiegare e riporre; gli addetti alla sicurezza eleganti e immobili come fossero anchessi manichini da esposizione. Quello doveva essere proprio un bel lavoro, pensava. Un vestito elegante, laspetto fiero e, soprattutto, non dover ragliare.
Nonostante limpegno, non riusc a trovare nientaltro e il marted se ne torn al suo ufficio\vetrina.
Prov a muoversi come gli era stato detto: scodinzolare e brucare il fieno. Era faticoso, ma pi che faticoso era difficile e, ancor pi che difficile, era umiliante.
Mille volte si propose di alzarsi e andarsene, togliersi di dosso quel costume ridicolo e riprendersi un minimo di amor proprio. Poi per pens al contratto firmato, allimpegno preso; soprattutto per pens a quando poi avrebbe dovuto raccontare tutto a casa, al fallimento che avrebbe dovuto ammettere a suo padre.
Allora si fece forza come meglio pot, anche se il contratto poteva essere annullato, mai e poi mai avrebbe voluto dare una delusione alla sua famiglia. Sapeva che gli avrebbero detto che non importava, che perso un lavoro se ne trova sempre un altro. Per quelle, ne era certo, sarebbero rimaste soltanto parole, di conforto si ma pur sempre parole. La verit era che di quel lavoro, di quei soldi, aveva bisogno; la sua famiglia ne aveva bisogno. Si era laureato grazie alla borsa di studio che era riuscito a vincere, diversamente non avrebbe avuto i fondi per poter studiare serenamente. Non poteva quindi tornarsene semplicemente a casa e usare come scusante il degrado che quel lavoro comportava. In realt, si consolava, poteva anche esserci di peggio. E comunque si trattava solo di poche settimane, poi sarebbe stato libero. Finalmente libero.
Saccan su quei movimenti come fossero quelli di un ballo tribale, cercava di raggiungere una sorta di ritmo che poteva aiutarlo a far passare meglio il tempo. Era anche un modo per affaticare di pi il corpo e impedire cos al cervello di pensare troppo. Lo stratagemma sembrava funzionare, le ore passavano pi velocemente; almeno cos pareva ad Andrea.
Una mattina per successe qualcosa che lo sconvolse.
Stava gi da qualche ora compiendo quella danza tutta sua, scodinzolava, brucava e ragliava con grande convinzione, da dietro la vetrina per intravide un viso noto.
Era innamorato di Clara dai tempi del liceo, fin dal primo momento che laveva vista. Le aveva dedicato anni di attenzioni mascherate da amicizia senza riuscire mai a dichiararsi.
Poi, quando seppe che aveva deciso di iscriversi alluniversit in unaltra citt, si fece coraggio e le parl sinceramente; non sopportava di saperla cos lontana. Lei lo respinse con gentilezza, intenerita e stupita dai tanti anni di amicizia. Andrea la prese male; grazie alla sua indole combattiva, per, utilizz quella delusione come sprone per combinare qualcosa di buono nella vita. Ogni volta che si sentiva stanco per studiare, ripensava a Clara e, ingenuamente, si perdeva
in mille pensieri in cui lui, grazie ai sacrifici, diventava qualcuno e, finalmente, riusciva a conquistarla.
Invece eccolo l, dentro la vetrina di un negozio a fare lasino con lamore della sua vita che lo osservava e, senza riconoscerlo, rideva di lui.
Sent le lacrime affiorare calde e salate, pronte ad arrossare e bruciare la pupilla. Non poteva asciugarle; non poteva alzare la mano, anzi, la zampa, per potersi tergere gli occhi. Allora si concentr ancora di pi sui movimenti, brucava quasi per davvero lerba di carta e i suoi ragli risuonavano disperati in tutto il negozio, tanto che una commessa gli intim di fare pi piano.
Quella sera usc dalla vetrina disperato, con gli occhi ancora rossi per il pianto and allufficio del personale deciso a licenziarsi. Buss alla porta del suo capo senza attendere il permesso della solita segretaria, entr e si sedette davanti alla sua scrivania.
Ti stavo aspettando, gli disse.
Sei stupito?
Era stupito.
Mi hanno mandato proprio ora il nuovo contratto per te, gli disse. Ti aumentano del quindici per cento la paga, sei contento? S che sei contento.
Ti levo per da quella vetrina, i progetti sono cambiati. Te ne stai nellatrio principale, gli disse.
Sei contento?
Disse di essere contento.
Hai dubbi? Domande?
Aveva sia dubbi che domande.
Vuoi sapere di cosa ti occuperai?
Voleva saperlo.
Stiamo allestendo una scenografia grandiosa, gli disse.
Si tratta di una riproposizione in chiave molto colorata di una fattoria, sai,  per tener buoni i bambini. Se i bambini sorridono non si annoiano e se non si annoiano non piangono e se non piangono lasciano in pace i genitori e se lasciano in pace i genitori, questi possono dedicarsi alle compere, gli disse.
Vuoi sapere la tua mansione specifica?
Voleva saperlo.
Lasino. Farai sempre lasino. Per questa volta non sarai solo, avrai dei colleghi. Ho tre ragazzi che faranno i porcellini, sai, tre: come la favola. Poi un paio di oche, un bue e una giraffa. Non centrerebbe nella fattoria, ma il costume  colorato e la ragazza pare simpatica per cui la teniamo.
Ovviamente firma ora, inutile dirti che non devi pensarci su.
Il segreto nel mondo del lavoro  essere decisi.
Firmi?
Firmava.
Mi raccomando linterazione con gli altri. Non copritevi a vicenda. Sempre vibrazione e disperazione, ma con buon senso, gli disse.
Quando usc dallufficio non ebbe la forza di tornarsene subito a casa. Aveva bisogno di qualche istante per riprendersi, per stare solo. Si and a sedere tra i tavoli del bar ormai chiuso. Poggi lo zaino a terra e per lennesima volta contempl il costume che usciva un po fuori.
Pianse prima di stanchezza, poi di disperazione, infine di rabbia.
Tir fuori il costume con violenza, quasi come se volesse strapparlo.
Non lo strapp.
Lo indoss accuratamente e si mise di fronte una delle tante vetrine spente per specchiarsi. Cos in piedi leffetto non era dei migliori, la stoffa si ammassava sulla schiena e rimaneva floscia. Allora Andrea si mise carponi, esattamente nella stessa posizione in cui era costretto a lavorare. Ora il costume calzava a pennello, ritrovava le sue forme coerenti.
Era un asino.
Era un asino per contratto.
Ripens a tutti i lavori cercati, a Clara che vedendolo aveva riso. Pens che, nonostante la beffa, era stato bello far sorridere Clara. Quel costume gli aveva dato un lavoro e il sorriso della donna di cui era innamorato. Doveva voler bene a quellasino, pensava. Doveva volergli bene, anzi, era lui lasino! S, era proprio lui e doveva esserne orgoglioso. Chiuse gli occhi e si concentr intensamente su quello che gli avevano insegnato. Vibrazione e disperazione.
Vibrazione e disperazione.
Raaa! Raaa!.
Forse fu per lintensit del pensiero, oppure per la perfezione di quei ragli, fatto sta che il costume smise di essere di stoffa e si tramut in carne, aderendo perfettamente al corpo di Andrea.
Ora non aveva pi braccia n gambe. La coda, prima di lana, divenne parte organica del corpo. La gola singross e la lingua si fece incapace di articolare le parole.
Il giorno dopo, il custode riapr il centro commerciale. Quando i primi lavoratori entrarono, videro quellasino placido che pascolava tra le vetrine. Nessuno riusc mai a spiegarsi come avesse fatto ad arrivare l, n da dove fosse venuto.
...
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...
Fine.
...
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...
7. La Biblioteca di Maya.
...
.
...
Si pu guardare il pezzo di un puzzle per tre giorni di seguito credendo di sapere tutto della sua configurazione e del suo colore, senza aver fatto il minimo passo avanti: conta solo la possibilit di collegare quel pezzo ad altri pezzi.
Georges Perec.
...
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...
La Biblioteca di Maya utilizza la sua architettura esterna, usuale, coerente con la maggior parte degli edifici delluniverso che hanno la funzione di ospitare libri, per destare meraviglia nel visitatore non appena esso varchi la soglia.
Vista da fuori, la sua geometria inganna locchio poich, da qualsiasi distanza la si osservi, essa appare finita; dalle fondamenta al tetto si esibisce una distanza calcolabile in metri, definibile in piani e, come scritto, omogenea rispetto alle altre costruzioni che la circondano.
Oltrepassando la porta dingresso si arriva in un enorme atrio dove lavventore  sia il novello che labitudinario  non pu fare a meno di chinare indietro la testa per osservare la vastit che appare in alto.
I piani di Maya si snodano a spirale intorno a un cilindro di luce centrale che illumina ogni livello e latrio principale. Il visitatore, col capo rovesciato e lo sguardo fisso verso lalto, si lascia accecare dal fascio di luce che cade a piombo e la sensazione che prova trova solo unaltra equivalenza al mondo: quella di chi osserva un orizzonte.
Se il cielo e la terra chiudono lo sguardo umano in un semicerchio  lorizzonte, appunto  Maya porta gli occhi, una volta abituatisi a guardare controluce, a estinguere la visuale su un cerchio; nessuno sa se si tratti del tetto della Biblioteca o della luce stessa che, osservata da molto lontano, assume una forma fisica concreta.
Nellatrio a piano terra di Maya  la meraviglia.
Tutto ci che da fuori sembrava conforme ai canoni dellarchitettura umana, dallinterno perde ogni logica aderenza alla proporzione. Maya  fisica allesterno e metafisica al suo interno. Chi la osserva da dentro ha la sensazione che essa sia infinita.
Gli inservienti, che hanno il compito di accogliere i visitatori nellatrio, tranquillizzare la loro meraviglia e istruirli sul funzionamento della Biblioteca, si soffermano a lungo sul modo in cui la mente creatrice che concep quel luogo intendesse il concetto di infinito. Spiegano che la struttura architettonica di Maya si fonda sulla definizione geometrica di segmento: infiniti punti tra un estremo A e uno B.
Chi progett i suoi pilastri, raccontano, riusc a tradurre in pratica questo concetto astratto; rendendo esteriorit il punto A e il punto B, e interiore linfinit di punti compresi tra questi due estremi. Lo spazio infinito che Maya contiene  la proposizione linfinito che X contiene non  nientaltro che un ulteriore modo di esprimere la definizione di segmento  non  il frutto di unazione magica, come ai pi superficiali potrebbe apparire, bens la concretizzazione di unidea matematica.
Solo dopo aver meditato su questaspetto  e talvolta il ragionamento occupa i mesi e gli anni per taluni visitatori   possibile usufruire dei libri della Biblioteca.
In questo frangente gli inservienti svolgono un ruolo non secondario.
In Maya non esiste la confusione, ma solo ragionamenti non portati avanti. Ogni uomo, insegna lo spirito della Biblioteca,  in grado di far ordine nelle sue idee e sistemarle e catalogarle allinterno della propria mente; esattamente come una Biblioteca.
In Maya ragionare su unidea equivale a ridurla di volume, renderla maneggevole e riponibile affinch non sia dintralcio alle altre. Da questo punto di vista, per la Biblioteca, la profondit di unidea  inversamente proporzionale al suo volume. La similitudine pi usata dagli inservienti dellatrio per descrivere questo concetto  quella della scultura: lopera darte ha sempre un volume minore rispetto al marmo grezzo da cui  stata ricavata. Ragionare su unidea significa agire con mano da scultore, ridurla.
Una volta razionalizzato lambiente in cui ci si trova, gli avventori possono intraprendere il loro percorso di lettura e  con la mente pi libera rispetto al momento in cui sono entrati  dedicare il massimo delle energie (e dello spazio) alla comprensione dei testi.
Lungo la struttura a spirale sono posti gli scaffali che contengono i libri di Maya. Ogni spira ha un declivio sempre maggiore man mano che ci si avvicina alla chiusura del cerchio goniometrico. Al trecentosessantesimo grado di ogni spira  calcolato a partire dallimbocco del primo cerchio che d sullatrio  un arco ne indica la fine e il passaggio al piano successivo.
La fatica che si fa nellaffrontare il declivio  metafora dello sforzo fisico e mentale impiegato a leggere. Maya ha cura di associare un elemento della sua architettura a ogni sensazione che in essa  possibile provare. Per esempio, a chi completa la lettura di unintera spira  concesso laffaccio da una delle balconate che danno sul cono centrale. A questo tipo di lettori  dato di avere la prospettiva opposta rispetto ai novelli avventori dellatrio. La sensazione che si prova  quella della vertigine. Maya associa tale emozione a quella dellobiettivo raggiunto, poich il riuscire a leggere unintera spira d una grande sensazione destasi; unepifania.
Un giro completo di trecentosessanta gradi rappresenta  per alcuni metaforicamente, per altri di fatto  un intero ciclo vitale; unepoca.
In ogni spira vive un bibliotecario  che  anche un profeta del proprio tempo  e guida il lettore meno avido nella scelta del libro.
Maya conosce la natura profonda degli uomini e sa che essi sono distinguibili in chi cerca una guida e chi riesce a guidare se stesso. Per i primi ha disposto, appunto, i bibliotecari; per i secondi consente semplicemente laccesso illimitato a qualsiasi libro. Chi non sa concepire uneconomia della lettura pu leggere libro per libro ignorando il bibliotecario.
Esiste poi una terza categoria di uomini, contemplata anchessa da Maya, ovvero quella di chi si alterna tra laver bisogno di un bibliotecario e il gestirsi autonomamente. Per questo motivo il bibliotecario della spira pu offrire i propri servigi anche a tempo parziale, a seconda del percorso di lettura che lavventore ritiene di dover fare.
Ogni bibliotecario, in quanto, appunto, profeta del proprio tempo (della propria spira), modula il suo agire affinch lo seguano quanti pi lettori possibile. Non  mai dato sapere se il modello proposto dal bibliotecario sia giusto o sbagliato, buono o cattivo. Seguendo il criterio del libero arbitrio, Maya accolla lonere del giudizio a ogni lettore.
Dal suo punto di vista, la Biblioteca ritiene che non esista una scelta totalmente corretta n una totalmente sbagliata. La sua funzione archetipo  quella di custodire libri, catalogarli e metterli a disposizione del pubblico. Maya cerca ogni strada per rendere il proprio servizio incolore poich ogni altro tipo di passione, che non sia il servire tutte le richieste dei lettori, significherebbe influenzare le scelte. Per questa Biblioteca il mezzo non deve inficiare lobiettivo ambto dal lettore.
I libri di Maya hanno un unico argomento: la storia delluomo. Non  da intendersi per in senso generale: storia delluomo come storia dellumanit. Ogni libro narra la storia delluomo inteso come singolo.
Questa Biblioteca tratta un concetto che affascina gli avventori e ne stimola il flusso verso gli scaffali: linfinito.
Maya ipotizza un essere umano  uno solo  non mortale, infinito, appunto. (Con questaspetto viene spiegata anche linfinita spirale che sale fino a perdersi nella luce poich, come scritto, questa Biblioteca cerca sempre una coerenza tra la sua architettura e le sensazioni che  possibile provare al suo interno).
Nellininterrotto succedersi di morte e reincarnazione, un uomo compie tutto ci che  possibile compiere; assume tutti i caratteri, tutti i pregi e tutti i difetti; ogni forma e ogni razza; ogni talento e ogni ottusit.
A sottolineare questo concetto, lungo le pareti della Biblioteca  incisa una frase che si ripete senza avere mai una fine. Essa recita:
Omero compose lOdissea; dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, limpossibile  non comporre, almeno una volta, lOdissea.
Partendo da questa suggestione, Maya racconta in ogni libro una vita del medesimo uomo che, da questo punto di vista,  stato e sar tutti gli uomini.
Questidea urta il credo delle religioni di cui  feconda la terra poich tutte prevedono un epilogo definitivo allesistenza e, di conseguenza, un giudizio. Il concetto di Salvezza non  concepibile in Maya poich presupporrebbe il termine di un percorso. Nel tempo infinito di cui  possibile usufruire, luomo che Maya racconta ha attraversato tutte le sfumature del bene e tutte quelle del male. Per questo motivo non  giudicabile.
Il protagonista di ogni libro della Biblioteca  un Cristo che fu martire, poi ladrone, poi giudice e poi tutta la folla enorme di anime obliate dalla Storia.
Fu leroe che visse lOdissea, lo scrittore che la compose e tutti gli uomini che la lessero.
Fu Zeus, Ade e Poseidone; Yahweh, lArcangelo Michele e Lucifero che si ribell a se stesso in unaltra vita. Esiste un libro in cui  il maggiore dei puri e un altro in cui  Mefistofele.
Fu ogni madre che gener un figlio e ogni figlio generato.
Fu ogni opinione e il suo opposto.
 stato Dante e tutte le anime concepite dalla sua penna;  stato dannato, purgato e beato.
 stato Virgilio.
Fu Cesare e tutte le mani che lo accoltellarono; Napoleone e lultimo dei suoi soldati.
Fu Caino e mor, per sua stessa mano, essendo Abele.
Fu Orfeo che si gir a guardarsi e si perse per sempre come Euridice.
Fu Mirra nel letto di suo padre, Ciniro che la ricevette e Adone suo figlio nato dallarbusto.
Predisse il futuro e chiam se stesso profeta e ciarlatano.
Fu Beowulf e la mano ignota che lo scrisse.
Fu Giovanna DArco e tutte le anime che tormentarono la sua mente.
Fu Alessandro Magno e lo stalliere che sfam il suo cavallo.
Fu Cristoforo Colombo, ogni nativo americano e Vespucci che si accorse dellerrore.
Invent la penicillina e ne fu curato dopo essere perito, per secoli, di malattia.
Fu il cardinal Borromeo e don Abbondio; Martin Lutero e ogni membro della Santa Inquisizione.
Fu moro e cristiano, guadagn molte volte le coste della Spagna e altrettante le perse.
Sedette a ogni grado della tavola di Art, la stessa in cui fu appellato sire.
Concep lutilit e linutilit della guerra; vinse e perse ed entrambe le volte attese il giudizio della storia.
Giudic il se stesso del passato.
Fu stoico, peripatetico e cinico.
Scrisse tragedie celebri e altre non tramandate dalla scrittura.
Fu questi e tutti gli altri uomini.
Da qualche parte in Maya vi  un libro che racconta dellarchitetto che la concep e chi lo legge se ne sente padrone e prova nuovamente lorgoglio per tale risultato del proprio intelletto.
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Fine.
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8. Il processo a Ivan Konstantin Sergeevic.
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Delle atrocit che ho subto io non accuso i miei carcerieri, ma solo me stesso perch quando cera da parlare io ho taciuto.
Aleksandr Solzenicyn.
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I punti su cui accusa e difesa concordavano erano tre: il luogo, la data e il numero di presenti.
S, i fatti avvennero nel distretto orientale, trecento chilometri a sud di Soci.
S, era il sette novembre 1939.
S, erano presenti centodiciotto persone; pi dodici membri dello NKVD che presentarono in seguito gli atti daccusa.
Ivan Konstantin Sergeevic, subito individuato come colpevole unico, fu identificato e tradotto nottetempo a Mosca dove rimase a disposizione del giudice istruttore.
Listruttoria accert, insindacabilmente, lesatta dinamica dei fatti.
Era la conferenza provinciale del Partito, presieduta dal nuovo segretario di comitato.
La difesa, nella sola persona dellimputato, chiese di inserire negli atti la specifica che il vecchio segretario era stato arrestato dalla polizia politica. Il giudice neg tale richiesta poich non facente parte del contesto essenziale in cui il reato fu commesso.
La conferenza si svolse senza intoppi e alla fine, come era duso, venne approvata una mozione di fedelt al compagno Stalin.
Che successe poi? chiese il giudice a Ivan Konstantin Sergeevic.
Ci alzammo in piedi per applaudire rispose limputato.
Tutti?.
Tutti.
E poi?.
Gli applausi divennero sempre pi forti. Una vera e propria ovazione.
E lei partecipava a questentusiasmo?.
In maniera sincera e completa.
In che modo manifestava la sua partecipazione?.
Battendo le mani come gli altri, spesso pi intensamente.
E poi cosa successe?.
Passarono cinque minuti ma gli applausi non si placavano. Le palme dolevano e sentivamo un formicolio nelle braccia a forza di tenerle alzate.
Perch si esprime al plurale?.
Perch mi pareva di leggere il mio stesso disagio sui volti degli altri compagni.
Poi cosaltro accadde?.
Ci aspettavamo che gli anziani smettessero, che usassero il buon senso.
Laccusa chiese di mettere agli atti che limputato giudicava buon senso lo smettere di applaudire al nome del compagno Stalin, Padre della Patria.
Il giudice accolse la richiesta.
Limputato fu invitato a continuare lesposizione dei fatti.
Eravamo sicuri che la soluzione non sarebbe arrivata dal nuovo segretario di comitato, continu Ivan Konstantin Sergeevic, era appena arrivato. I minuti continuavano a scorrere ma nessuno smetteva di applaudire. Era diventata 
una specie di marcia sotto la tormenta di neve. Sapevamo di essere perduti. Poteva salvarci solo un malore improvviso di qualcuno, uno svenimento. Ma la paura ci teneva tutti in salute.
Eppure foste voi a smettere per primo!.
Allundicesimo minuto specificarono dal banco dellaccusa.
Fu un malinteso, lo giuro. Par attutire un colpo di tosse portai la mano alla bocca. Era loccasione che tutti aspettavano. Smisero. Smisero approfittando del mio colpo di tosse! Avrei continuato... se solo me ne avessero dato il tempo.
Il giudice guardava Ivan Konstantin Sergeevic con aria scettica. Ne aveva gi visti molti prima di lui che tentavano di minare lentusiasmo patriottico, per poi nascondersi dietro a un colpo di tosse.
Ma non si era che al primo giorno di processo. Conged pertanto limputato rimandandolo in cella.
La prigione era un monastero che la Rivoluzione aveva provveduto a riqualificare. In quelle celle un tempo i monaci pregavano e leggevano testi sacri. Ora i nemici della Patria attendevano il proprio destino. La reclusione di un corpo in un monastero e la reclusione, per legge statale, in una prigione perseguono scopi fisicamente analoghi, per cui gli edifici si possono sempre adattare facilmente.
Era proibito parlare, quindi dei suoi compagni non conosceva nemmeno nome e patronimico. Di giorno li distingueva dalla personale smorfia di sofferenza che ognuno aveva. Di notte, con la cella buia, li individuava dallodore o dal loro respirare.
Non cerano tavoli. Lunico pasto della giornata  una zuppa di carne e un bicchiere di t  veniva consumato sul pavimento, oppure in piedi, come cavalli in una stalla.
Era permesso soddisfare i bisogni fisiologici solo la mattina alle sei e mezza. Per il resto della giornata la latrina era sotto chiave. Questa era una delle cose pi difficili a cui abituarsi. Gran parte di ci che un detenuto ingoiava durante il giorno era in forma liquida. La vescica gli si riempiva velocemente torturandolo e impedendogli di dormire serenamente. Chi contravveniva agli orari della latrina, urinando sui muri, veniva messo in cella di rigore dove era impossibile stendersi a causa dello spazio ristretto; per due ore al giorno veniva installata una sbarra orizzontale a cui il malcapitato poteva poggiarsi per tentare di dormire.
Laltra cosa che Ivan Konstantin Sergeevic non riusciva a sopportare era la promiscuit a cui lo spazio ristretto li costringeva.
Faceva sempre molto caldo, nonostante dalla piccola feritoia sintravvedesse la pallida primavera russa. Tutto sembrava generare calore: i pochi raggi di sole che entravano, laria ferma della stanza, il respiro dei detenuti.
Se ne stavano a torso nudo (rimanere in mutande era vietato), luno appoggiato alle spalle dellaltro. Il sudore altrui escoriava la pelle creando pustole dolorose. Ivan Konstantin Sergeevic riteneva che quel martirio era stato scrupolosamente pensato: un comunismo esasperato applicato a ipotetici nemici della Rivoluzione.
Il giorno seguente Ivan Konstantin Sergeevic venne nuovamente chiamato a comparire davanti al giudice.
Si aspettava la continuazione del processo ma, con suo grande stupore, cap che di fatto era gi terminato. Gli si proponeva di firmare un verbale di confessione redatto, a detta del giudice, riportando le dichiarazioni dellaccusato e le deduzioni che il Tribunale Rivoluzionario ne aveva tratto.
Io, il sottoscritto Ivan Konstantin Sergeevic, nato nel distretto di Soci e ivi iscritto alle liste di leva, pienamente presente a me stesso e padrone delle mie facolt mentali dichiaro quanto segue: la sera del sette novembre 1939, mi recavo alla conferenza provinciale indetta dal Partito per presentare il nuovo segretario di fresca nomina; ebbi cura di mostrare uno spirito consono allevento, nonostante i miei sentimenti fossero di segno opposto a quelli degli altri compagni; mi immersi nella folla dei convenuti che risultavano essere, come accertato da questa corte e confermato da me, in numero di centodiciotto unit, me compreso; ascoltai tutta la riunione in silenzio e, quando il compagno segretario approv la mozione di fiducia al compagno Stalin, Padre della Patria, feci di tutto per ridurre lentusiasmo dei miei compagni, arrivando a interrompere deliberatamente lapplauso spontaneo che si spandeva per la sala. Per tale azione mi dichiaro colpevole e mi rimetto alla clemenza di questo tribunale.
Ivan Konstantin Sergeevic fu invitato a firmare il documento. Uno degli impiegati gli porse la penna mentre il giudice attendeva sorridendo. Laccusato per non allungava la mano per afferrarla. Sul suo viso unespressione di sgomento.
Qualcosa non va Ivan Konstantin Sergeevic? gli chiese il giudice.
Non firmo rispose limputato.
Il silenzio dellaula fu rotto dal brusio dei presenti che assistevano a vario titolo al processo.
Perch mai non vuole firmare? gli chiese infine il giudice.
Perch il documento non corrisponde a verit.
Contesta forse il responso di questo tribunale?.
S, lo contesto.
Il giudice divenne rosso dira. I suoi occhi iniettati di sangue anticipavano il terribile profluvio di parole che stava per scaricare sul malcapitato. Trasse invece un profondo respiro e conged laccusato. Del resto, pensava, non si era che al secondo giorno di processo.
Ivan Konstantin Sergeevic fu introdotto in un corridoio che non aveva mai visto prima. Non stava facendo pi ritorno, come invece si aspettava, alla sua solita cella.
Cap che le condizioni della sua cattivit sarebbero peggiorate in proporzione al ritardo della sua confessione. La logica del paradosso: ammettere colpe non commesse per evitare la punizione non meritata.
Ma lorgoglio ancora gli imponeva di temporeggiare, cos come il buonsenso gli sugger la disgraziata mossa alla riunione di comitato.
Ivan Konstantin Sergeevic, come molti uomini, lasciava che i suoi stati danimo plasmassero il destino.
Lo fecero entrare in una grande sala dai finestroni luminosi che davano sulla strada. Era addirittura possibile, rimanendo in silenzio, sentire il fievole vociare dei passanti. Al centro della stanza cera una tavola imbandita. Ivan Konstantin Sergeevic ebbe un fremito di terrore: aveva imparato a intuire il male proprio dove non ve ne fosse alcun segno.
I suoi carcerieri lo legarono a una delle sedie e lo costrinsero a guardare mentre consumavano le pietanze ancora calde di cucina. Non aveva molta fame, ma guardare quegli uomini mangiare gli risvegli il desiderio. Molti bisogni vengono accentuati tramite la vista.
Daltro canto, erano molte settimane che mangiava poco e male. Allinizio gli sembrava di impazzire per lappetito, poi col passare dei giorni lo stomaco si abitu alla penuria. Gli rimase comunque un senso di sconforto e una debolezza cronica.
Due ore dopo, quando ebbero divorato ogni cosa, i carcerieri riuscirono anche a stupirsi per la faccia da lupo affamato che Ivan Konstantin Sergeevic mostrava. Luomo sazio non sa credere alluomo digiuno.
Lo rinchiusero in una cella senza finestre, isolata dalle altre. Nel buio pesto, con il silenzio pi totale, Ivan Konstantin Sergeevic pot avere unidea abbastanza precisa di come sarebbe stata la sua tomba.
Lo lasciarono l per un tempo indefinito che gli sembr eterno proprio perch non misurabile. Poi la porta si apr e la luce torn prepotente, trovando i suoi occhi impreparati. Lo portarono nella stessa grande sala della volta precedente, con la tavola imbandita. Ma non lo legarono alla sedia, anzi, facce quasi amichevoli lo incoraggiavano a servirsi.
La prima cosa che Ivan Konstantin Sergeevic pens fu che il cibo fosse avvelenato. Ma la fame ebbe la meglio sul dubbio. Afferr la prima cosa che gli capit a tiro, un pezzo di cacio, e la divor velocemente. Aveva paura che qualcuno gli sottraesse il boccone prima che fosse arrivato alla bocca. Ma nessuno gli si avvicin. Lo lasciarono mangiare a volont tanto che Ivan Konstantin Sergeevic si illuse che volessero estorcergli la confessione con le buone maniere, viziandolo. Prendendolo per la gola. Quasi li derise per quel proposito sciocco.
Poi per cap.
Tutto quello che aveva ingoiato era pregno di sale. Allinizio non ci aveva fatto caso, era troppo confuso dallappetito. Poi, ai primi sintomi di saziet, aveva iniziato a gustare meglio il cibo.
Sale, troppo sale.
Cerc il vino, afferr la brocca e bevve direttamente senza versare nel bicchiere. Era aceto. La sensazione di bruciore si moltiplic.
La lingua sembrava ingrossarsi fino a soffocarlo, lo stomaco e la gola erano in fiamme.
Chiese dellacqua ma gli risero in faccia. Lo riportarono in cella lasciandocelo per tutta la notte. Il giorno dopo nessuno pass a svegliarlo. Ivan Konstantin Sergeevic si stup della cosa. Dopo lo stupore, come ormai gli accadeva spesso, arriv la paura.
Pens che lo avrebbero lasciato morire cos, pieno di sale e sete. Bevve, come meglio pot, la sua stessa urina. Rimase in quello stato due giorni. Ormai aveva imparato a contare il tempo senza disporre di punti di riferimento.
Lo riportarono poi davanti al giudice e gli lessero nuovamente il verbale di qualche giorno prima.
Firmi gli dissero.
Ho sete.
La confessione significa acqua fresca rispose il giudice, orgoglioso di aver concepito una frase a effetto.
E allora Ivan Konstantin Sergeevic si pieg al volere altrui.
Resistere, pensava, sarebbe stato inutile. Lo avrebbero preso per fame, per sonno, per terrore. Avevano scelto la sete, ma molti dei tormenti umani mancavano ancora allappello.
Non aveva senso scontare la pena ancor prima di aver ammesso la colpa.
Firm.
Attese che la corte analizzasse il documento, ma gi si guardava intorno in cerca dellacqua promessa.
Acqua chiese ancora.
Riportatelo in cella e dategli una gamella dacqua ordin il giudice istruttore.
Mai condannato fu pi felice di tornare a essere rinchiuso di Ivan Konstantin Sergeevic dopo che gli ebbero promesso lacqua.
Ma non lebbe, non subito.
Lo lasciarono in una cella comune insieme ad altri detenuti.
Acqua! grid dalle feritoie, Acqua!.
I suoi compagni di sorte gli risposero che lavrebbe avuta, a sera, come tutti quanti gli altri.
Col buio, infatti, pot finalmente placare quel tormento.
Non gli rimase allora che attendere il resto. Il viaggio. Il campo di lavoro.
La chiave del sorvegliante strepitava sfacciatamente nella serratura. Un cupo carceriere con un lungo elenco in mano: Cognome? Nome e patronimico? Anno di nascita? Prendete la vostra roba. Presto!.
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Fine.
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9. Cortile\ K \ Io.
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Tutti i nodi vengono al pettine. Quando c il pettine.
Leonardo Sciascia.
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A nove anni ero convinto che i muri, quelli alti che circondavano il cortile della villa del signor K., fossero una specie di grande bocca spalancata che si nutriva dei nostri Supersantos e li ingoiava senza masticarli n digerirli; semplicemente li teneva l, ad appassire sul suo stomaco erboso.
Ai primi tentativi di scavalcare, una finestra si apriva e una madre, una qualsiasi delle nostre, ci urlava di non farlo, di non disturbare il signor K. Allora non ci rimaneva altro che aspettare la domenica e sperare di riuscire a racimolare le duemila lire che servivano per comprare un nuovo pallone.
Mia madre diceva che il signor K. era arrivato in paese poco prima che io nascessi e, in dieci anni, le volte che lo si era visto per strada si potevano contare su due mani. Era forse lunico abitante del paese ad avere una vita completamente privata, lontana dalle nostre bocche e da qualsiasi cosa che potesse assomigliare a un pettegolezzo.
Si diceva che era molto anziano ma ancora in salute. Tre volte a settimana veniva una donna da Potenza per le faccende di casa. Questo fu lunico motivo di critica che il paese aveva verso il signor K.: stipendiava una forestiera anzich una compaesana.
Il signor K. era muto. In realt non avevo capito se lo fosse davvero, per costrizione fisica, oppure se il paese avesse deciso cos per il motivo semplice di non averlo mai sentito parlare. In paese parlare  sempre stato importante. Non me lo so immaginare un paese senza chiacchiere, non potrei viverci; sentirei come la mancanza di unarchitettura fondamentale.
Era il sedici agosto del 1982, il giorno della festa per san Rocco patrono. Me la ricordo come una bella estate: non avrei pi indossato il grembiule blu delle elementari; cerano stati i festeggiamenti per i mondiali di calcio vinti e poi, come ogni anno, la festa grande per il santo.
Le strade erano rese ancor pi strette dalle bancarelle che vendevano dolci di gelatina, zucchero filato e giocattoli. Mio padre mi compr cinquecento lire di caramelle gommose che mangiai metodicamente, dividendole per forma e sapore. A mia sorella invece compr uno di quei palloni decorati con le figure dei cartoni animati; con quattro piccole campanelle che suonavano a ogni tocco. Lei ne fu molto felice.
Pass interi pomeriggi a giocare e a parlarci come fosse una persona. Poi, come un destino inesorabile, anche lui fu mangiato dal cortile del signor K.
Clara venne da me in lacrime raccontandomi laccaduto, disperata perch conosceva il divieto di disturbare il signor K. suonando al suo campanello o, peggio, scavalcando il muro del cortile.
Era un pomeriggio caldo, mia madre non era in casa e tutto il quartiere sonnecchiava mentre il sole squagliava le persiane. Decisi allora di disubbidire e andare a recuperare il pallone. Scavalcare era facile, il muro aveva molte crepe da poter utilizzare; con pochi movimenti fui dallaltra parte.
Il giardino era diverso da come me lo ero immaginato: molti alberi giovani, file di siepi potate geometricamente tracciavano dei sentieri che portavano a piccoli spiazzi ornati da statue in pietra. Era molto pi grande di come sembrava dallesterno. La prima cosa che mi venne in mente fu il forte contrasto che ci sarebbe stato senza quei muri a dividere il giardino dal resto del paesaggio lucano. A me la siepe squadrata ha sempre fatto pensare al Nord, a quelli che in un metro di terra ci piantano i bouganville al posto dei pomodori.
Da noi la terra non  ancora un oggetto decorativo.
Mi guardai intorno senza trovare, come invece mi aspettavo, i nostri vecchi palloni. Quello di mia sorella invece era a pochi metri da me, vicino a un albero. Tutte le finestre della casa erano chiuse, non cera pericolo che il signor K. potesse vedermi. Mi avvicinai al pallone, lo presi e lo lanciai dallaltra parte. Mi ero per dimenticato dei campanellini.
Risuonarono nel silenzio del pomeriggio con un volume che la paura mi fece sentire pi alto del solito. Improvvisamente, una finestra si apr e io ebbi appena il tempo di accovacciarmi dietro le siepi.
Distinguevo la sagoma del signor K. che scrutava il giardino, solo allora pensai al fatto che non lo avevo mai visto in vita mia; era stato per me una di quelle presenze costanti, limitrofe eppure discrete. Per me il signor K. era un muro da non scavalcare, un discorso ascoltato da altri; qualcosa che esiste perch tutti ne parlano.
La curiosit di vederlo finalmente in faccia era pi forte della paura di essere scoperto. Strisciai seguendo il sentiero e riuscii ad avvicinarmi un po senza essere visto; ero in una posizione pi defilata rispetto a prima e potei alzare la testa. Il signor K. era un uomo vecchio, molto vecchio. Mi colp la sua pelle esangue, gli occhi azzurro ghiaccio e i radi capelli bianchi. Riuscii a vedere anche le sue mani grandi e muscolose come quelle dei contadini, ma lui non era uno di loro; ne ero certo. Solo allora, per la prima volta dopo anni vissuti a pochi passi di distanza, desiderai saperne di pi sul suo conto.
Quando la finestra si chiuse, mi affrettai a tornare da Clara che mi aspettava, felice di aver riavuto indietro il suo giocattolo.
La curiosit  come un tarlo, un tarlo nella testa. I tarli cominciano dalla superficie e mangiano fino a che non spariscono nelle venature del legno.  inutile provare a uccidere quelli che ancora si vedono in superficie, gli altri continueranno a erodere il legno. Per risolvere il problema e salvare il mobile bisogna scovarli, agire velocemente isolandolo e lasciando che i fumi dellinsetticida risalgano lungo la fitta rete che lo percorre allinterno. Del resto sarebbe inutile togliersi la curiosit solo superficialmente:  in profondit che bisogna andare per non lasciare alcuna traccia di dubbio. Andai a suonare al suo campanello e attesi.
Mi aspettavo di sentir gracchiare la sua voce dal citofono e invece venne ad aprire direttamente al cancello. Rividi allora la sua pelle bianchissima e gli occhi di ghiaccio. Da vicino notai anche che era incredibilmente magro, quasi scheletrico.
Buongiorno mi disse.
Buongiorno a lei.
Hai bisogno di qualcosa?.
S, risposi un po intimorito ma deciso, i nostri palloni.
I vostri palloni?.
S, tutti quelli che sono finiti nel suo cortile.
Mi aspettavo una risposta, invece il signor K. scoppi a ridere e torn in casa lasciando il cancello aperto.
Rimasi l a osservarlo per un po mentre si allontanava e poi decisi di seguirlo. Ero sicuro che aveva lasciato aperto proprio per questo. Anche la porta di casa era socchiusa ma comunque esitai.
In paese, destate le porte erano tutte aperte per far entrare laria fresca, cera solo una tenda sottile a sbarrare la strada alle mosche e alle occhiate indiscrete.
Mi resi conto di non sapere il suo nome. Per me era sempre stato il signor K. Niente di pi. Era un nome che era da sempre nelle mie orecchie e quindi non avevo mai chiesto spiegazioni.
Bussai ma non rispose. Allora spinsi piano la porta fino a che non si spalanc sulla sala dingresso. Cera una vecchia scala che saliva al piano superiore e due grandi porte ai lati. In un angolo, unaltra porta pi piccola era aperta e da dentro arrivava una luce. Feci qualche passo allinterno della stanza chiedendo permesso ma non ebbi risposta. Poi dalla porta rotol fuori un pallone fino ai miei piedi.
Pensavo che nessuno sarebbe venuto mai a prenderseli grid il signor K. dalla cantina.
Uno per uno, tutti i nostri Supersantos riempirono la stanza e io a fatica riuscivo a tenerli fermi.
Li riportai a casa un po alla volta mentre il signor K., seduto su una sedia allingresso, mi osservava divertito.
Ci sono tutti? mi chiese quando tornai per lultimo carico.
Credo di s.
Perch non sei venuto prima?.
Non mi era permesso.
Da chi?.
Da mia madre.
Tua madre ha qualcosa contro di me?.
Non credo.
E allora?.
Non vuole che la disturbi.
Il signor K. ripet la stessa risata di poco prima.
Vieni con me mi disse avviandosi sul retro della casa.
Cera un piccolo capanno con molti utensili, il pavimento era pieno di trucioli. Sembrava una piccola falegnameria.
Forse sei troppo grande per queste cose, ma fa lo stesso disse porgendomi una trottola in legno, ai miei tempi ci divertivamo cos. Lho fatta io, ti piace?.
S, mi piace.
Te la regalo.
Grazie.
Ti piace il mio laboratorio?.
Mi piaceva. Cera un buon odore di legno e mi incuriosivano gli scaffali con gli oggetti realizzati dal signor K. Cera persino una locomotiva, intagliata fin nei minimi dettagli.
Forse quello era un regalo pi adatto disse, non ci ho pensato.
Anche la trottola  bella.
Se vuoi, torna un altro giorno e ti insegno a lavorare il legno.
Tornai a casa nascondendo il regalo del signor K. Non volevo far sapere a mia madre che ero andato da lui.
Il giorno dopo ogni mio amico riebbe il suo pallone. Mentii anche a loro, raccontai di averli trovati tutti al di qua del muro.
Forse si sar stancato di tenerli in giardino e li ha ributtati da questa parte dissi per giustificare la cosa. Ci credettero.
Qualche giorno dopo tornai dal signor K. Ci sedemmo insieme nel suo giardino a intagliare il legno. Mi diede uno di quei coltelli a serramanico che da noi i contadini usano per fare gli innesti agli alberi o per tagliare il pane a mezzogiorno. Con pazienza mi spieg come lavorare il legno, senza rovinarlo e senza ferirmi. Cercavo di copiare i suoi movimenti sicuri ma spesso mi mancava la forza nelle mani e allora dovevo farmi aiutare.
Passai molti pomeriggi cos, a cercare di tirar fuori qualcosa di vagamente somigliante ai giocattoli che il signor K. sapeva modellare. Ogni volta lo vedevo sorridere della mia inesperienza mentre mi mostrava i movimenti giusti. Poco per volta divenni bravo.
Dopo qualche settimana maneggiavo meglio il coltello e avevo imparato a fare facilmente molti giocattoli. Allora il signor K. si offr di costruirmi qualcosa di pi complesso: un carrettino con le ruote.
Mentre sceglieva i legni adatti mi raccontava di quando era bambino e i carrettini servivano per trasportare la spesa fino a casa. Non riuscivo proprio a immaginare come questo potesse essere possibile. In paese si sarebbe fatta molta pi fatica nel trascinare il carretto su per le salite oppure dovendolo frenare in discesa. Ma il signor K. mi spieg che nel posto dove era nato, anche se faceva sempre molto freddo, non cerano n colline e n montagne; le strade erano tutte in pianura, con marciapiedi larghi su cui poter comodamente camminare. Cercavo di immaginarmi quel luogo che mi descriveva con la sua voce dallaccento strano, sbagliando le parole eppure esprimendo chiaramente i concetti.
Chiesi a mia madre quale fosse il paese del signor K. Mi rispose che era lontano, era lo stesso posto in cui abitavano certi nostri parenti emigrati da tanti anni: la Svizzera.
Dicono che sia un posto senza colline e montagne dissi per farle vedere che qualcosa conoscevo.
Chi lo dice? mi rispose.
Non so, mi affrettai a spiegare, lavr sentito dire da qualche parte.
Be, hai sentito male. In Svizzera ci sono le Alpi.
Le Alpi?.
S, sono come le montagne, ma molto molto pi alte.
Pensai che allora era mia madre a sbagliarsi perch il signor K. aveva detto che da dove veniva lui cerano solo pianure. Non potevo per controbattere perch rischiavo di essere scoperto. Allora mi tenni quellinformazione per me, come fosse una vittoria mancata. Ero ancora nellet in cui i successi, per essere tali, andavano detti.
Per costruire il carretto, il signor K. aveva scelto un enorme pezzo di legno compensato. Bisognava tagliarlo per ricavare i vari componenti. Con una grande matita tracci a mano libera quattro linee molto precise che disegnavano un rettangolo. Lo aiutai a posizionarlo sul carrello della sega circolare e rimasi a guardare mentre la lama faceva il suo lavoro.
Fu cos che accadde.
Forse si tratt di una distrazione oppure di un malfunzionamento della sega. Vidi il polso del signor K. lacerarsi e quasi staccarsi dalla mano. Distinto indietreggiai inciampando in qualcosa che mi fece cadere. Mi alzai subito e cercai di aiutarlo. Cera molto sangue e il rumore del macchinario ancora in funzione mi spaventava ancora di pi.
Corro a chiamare aiuto dissi.
Fermati! mi rispose urlando.
Mi pietrificai. Non avevo mai sentito la sua voce a un tono cos alto.
Farfugliava parole in una lingua sconosciuta mentre con un vecchio straccio cercava di tamponare la ferita. Trov la forza per arrivare alla porta e chiuderla a chiave. Spense la sega e con la mano sana mi trascin in casa.
Siediti mi ordin, non muoverti finch non torno.
Lo sentivo armeggiare con i cassetti della cucina. Quando fece ritorno, al suo braccio cera una fasciatura bianca.
Scendi mi disse, indicandomi la porta della cantina da cui qualche giorno prima aveva tirato fuori i nostri palloni.
Scesi quelle scale pi in fretta che potevo e mi ritrovai in una stanza illuminata da una sola lampadina. Il signor K. scese insieme a me. La fasciatura era gi sporca di sangue e la mano quasi mozzata tracciava unanatomia deforme.
Fa male? gli chiesi.
S, fa male.
Dobbiamo chiamare un medico proposi.
Non devi chiamare nessuno, devi stare l fermo.
Sembrava che il signor K. non volesse farsi curare. Apr un grosso baule e ne trasse un oggetto che sulle prime non riconobbi. Una pistola.
Era una pistola vecchia, non come quelle dei film polizieschi della tiv. Pensai che fosse un giocattolo ma poi me la vidi puntare contro.
Tu non ti muoverai da qui fino a che non avr pensato a cosa fare. Intesi?.
S risposi, con le lacrime agli occhi.
Rimanemmo ore a fissarci in silenzio. Il rosso della garza si era via via sempre pi scurito fino a diventare nero. Il signor K. prov ad allentare la fasciatura ma di nuovo il sangue riprese a scorrere colando sul pavimento.
Risal le scale e spar nella casa. Aspettai molto tempo, non so di preciso quanto. Ero molto stanco, la paura mi aveva sfinito. Provai a chiamarlo ma non ottenni risposta. Allora, con le ultime forze che mi rimanevano, salii anchio le scale e ritornai nellingresso. Il signor K. era steso sul pavimento. Svenuto.
Corsi fuori in cerca di aiuto e mi resi conto che era notte. Davanti casa cerano tutti i miei vicini che appena mi videro arrivare mi vennero incontro.
Doveri? mi chiedevano tutti. Da lontano vidi mia madre correre verso di me.
Dove sei stato?! mi chiese a met tra la rabbia e il sollievo.
Il signor K dissi, si  ferito, bisogna aiutarlo.
Eri da lui?.
Bisogna chiamare un medico insistei,  svenuto!.
Quando dissi che era svenuto finalmente mi diedero retta.
Li portai in casa sua, nella stanza dove lo avevo lasciato. Non cera. Scesi in cantina, poi nella falegnameria. Niente. Il signor K. era sparito.
Quando arriv la polizia mi fecero molte domande. Passai gran parte della nottata a raccontare sempre la stessa storia: il cortile, i nostri palloni, i giocattoli e il carrettino che voleva costruirmi. Il signor K. era sparito e nessuno riusciva a spiegarsi il motivo.
Cinque anni dopo, al Pronto Soccorso dellospedale di Potenza portarono un uomo in fin di vita. Era scivolato rompendosi il femore. Il braccio sinistro era monco.
Mor poche ore dopo.
Alla televisione vidi la sua fotografia, era il signor K.
Mia madre stava preparando il pranzo, volevo chiamarla ma temevo di perdermi anche solo una parola di quello che la giornalista stava dicendo. Andai da lei soltanto quando il servizio termin.
Non avevo capito molto di quei discorsi. Sapevo solo che il signor K. era morto. Tutto il resto era unoscura serie di frasi.
Mamma le chiesi, tu lo sai che cos un nazista?.
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Fine.
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10. Gatto \ Scatola \ Messaggio.
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Nel mentre che vive, luomo non ha sentimento della propria vita; deve passare un po di tempo perch essa, al pari di un suono, gli si renda udibile.
Ivan Turgenev.
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Da qualche parte aveva letto che nella vita di ognuno c un numero determinato di battiti del cuore, dopo di che si muore.
Pare che, a partire dalla nascita, ognuno di noi abbia a disposizione n battiti da poter spendere nel corso della propria esistenza.
Non aveva mai stabilito se questa cosa fosse una cazzata o meno, non gli era mai saltato in testa di cercare su Google per togliersi il dubbio. Pi che un aneddoto, lo considerava una sorta di eventualit e quindi  essendo lui un tipo per niente previdente  si sarebbe informato solo nel caso fosse capitata.
Su come accorgersi di quando uneventualit, che in linea teorica occupa tutta la vita umana, fosse capitata era unaltra questione a cui non pensava come un fatto concreto, ma come unaltra eventualit. La sua testa lavorava per frangenti; infiniti, luno dentro laltro.
Comunque sia, pensava, se fosse stato davvero cos, se davvero il suo cuore fosse una specie di contatore a scatti limitati, allora, osservando il led verde del cellulare che lampeggiava, segno dellarrivo di un nuovo messaggio, non cerano dubbi che si stava fottendo un bel po di anni di vita per lagitazione.
Ci aveva messo un anno a porre la domanda per la quale aveva appena ricevuto risposta.
Ora si trovava in un tempo sospeso, un limbo che in qualche modo separava tutta la sua vita fino a quel momento dallaltra, quella che sarebbe venuta dopo. Era in una terra di mezzo: da un lato il se stesso di sempre, quello che conosceva pi o meno bene; dallaltro il suo nuovo s, inevitabilmente scaturito dalla situazione a cui il contenuto di quel messaggio lo avrebbe portato.
Non era la prima volta che frequentava certi posti, lultima volta cera stato esattamente il giorno prima, quando si era finalmente deciso a mandare quel messaggio. Lo aveva scritto, riletto e riscritto, poi aveva premuto il tasto di invio, poi lo aveva ancora riletto e trovato  a dire il vero un po per farsi coraggio  passabile.
Di nuovo la terra di mezzo, in questo caso tra il se stesso della vita precedente a quella decisione e il nuovo s generato a seguito dellavvenuta pressione del tasto invio sulla tastiera del telefono cellulare.
Anche questa cosa della terra di mezzo, tra un io ormai passato e un io nuovo di zecca, funzionava in lui come la questione delle eventualit che germogliavano luna dentro laltra e non se ne veniva mai a capo.
Uno cambia tutte le volte che fa qualcosa, pensava. Anche se sicuramente qualcuno prima di lui laveva gi notato e detto meglio, non importava; contava laver tagliato il traguardo, non la posizione in classifica.
A quel punto, a un metro dal tavolo su cui il cellulare se ne stava tranquillamente a lampeggiare, in lui si fece strada uno stato danimo nuovo, dai colori indefiniti e assortiti male, senza gusto. Era come la plastilina con cui giocano i bambini, che allinizio ha tutti i colori ben definiti e luminosi e poi, a furia dimpastarla, diventa grigio sporco.
Di base cera la vigliaccheria. Non tanto nel conoscere il contenuto della risposta quanto nellaffrontare il nuovo se stesso che ne sarebbe scaturito. Anzi, pi precisamente, non il nuovo s ma la fase di transizione tra il vecchio e il nuovo, la gestazione.
Altra terra di mezzo. I momenti in cui il cambiamento si muove, lumore fa su e gi e non si pu dire n di essere lo stesso di sempre n qualcosa di nuovo. Il dolore delle certezze, anche piccole, che vengono meno.
Poi cera anche la pigrizia, anzi meglio, la svogliatezza. La risposta avrebbe implicato, in ogni caso, conseguenti azioni. Lui sarebbe stato costretto a modificare qualcosa delle sue abitudini, magari uscire fuori dagli orari soliti, fare strade nuove. Si sentiva  e non capiva se davvero o per suggestione  un po stanco.
Quando si valutano i pro e i contro di qualcosa, la stanchezza fisica finisce sempre per ingrossare i contro.
Il terzo colore era qualcosa che sapeva dillusione. La speranza che la risposta fosse positiva gli consentiva dimmaginarsi castelli in aria. Quindi seghe mentali su come sarebbero andate bene le cose in futuro, su quanto  bello il mondo e sui momenti piacevoli che avrebbe vissuto. Uno immagina la felicit e a volte ci riesce, a essere felice.
Poi affront la questione del gatto di Schrdinger.
Erwin Rudolf Josef Alexander Schrdinger non solo era un fisico ma anche austriaco. Sentir parlare di certi argomenti  gi impresa ostica, figuriamoci in tedesco.
Nel 1935, per spiegare alcune questioni della fisica quantistica, immagin di chiudere un gatto in una scatola insieme a una fiala di veleno letale che si sarebbe rotta in un momento non definito.
Osservando la scatola dallesterno non era possibile capire lattuale sorte del gatto. Cerano esattamente le stesse possibilit che fosse ancora vivo o gi morto. Quel gatto si trovava in una terra di mezzo, n nel mondo dei vivi n nellaldil, fino al momento in cui qualcuno non avesse deciso di aprire la scatola.
Era una soluzione ovvia, contornata da piacevoli elucubrazioni filosofiche.
Ma nonostante questo, nonostante molte cose della vita avessero soluzioni semplici, quasi mai le aveva adottate; non subito, almeno. Cera sempre dovuta essere una fase precedente, un fare il giro largo, non si capisce bene perch.
La cosa pi difficile da raggiungere  lessenzialit.
Una cosa del genere gli era capitata dieci anni prima con la letteratura greca, il primo esame di Lettere classiche che avrebbe dovuto dare.
La professoressa era una vecchia insegnante di liceo che aveva passato gran parte della sua vita tra i residui impregnanti dei gessetti e il puzzo dei pubescenti. Pacatamente, si era data come obiettivo quello di provare sempre a fare il gradino professionale successivo. Le erano preclusi tutti gli sbocchi dirigenziali perch, lo aveva da tempo ammesso serenamente a se stessa, centravano in qualche modo con la politica, mbito completamente estraneo al suo essere. E allora si era dedicata a quello che le veniva meglio, studiare.
Aveva vinto il dottorato e passato tre anni a tradurre cose, come fosse tornata al liceo. Poi, un po inaspettatamente, lopportunit di una cattedra in ateneo che accolse come tutte le cose della sua vita: con la consapevolezza che, nel profondo, comunque le dava pi soddisfazione cercare le parole nel vocabolario rispetto a tutto il resto.
Le diedero un ufficio brutto, con la polvere di chiss quanti anni prima e un pc che non si sapeva se funzionasse ancora, lei non lo accese mai.
Non aveva bisogno di sopportare tutto quello, perch si deve sopportare solo ci che si ritiene non congruo. Per lei non era questione di accontentarsi, era che non le interessavano queste cose. Si considerava e veniva considerata una persona mite.
Forse fu proprio tutto questo, il carattere di lei e la sua passione, cos profonda da non aver bisogno di manifestazioni di ardore esteriori, che mand in crisi lui.
Lei spiegava con semplicit, lasciando che la cadenza dialettale prendesse spesso il sopravvento e lui lascoltava, slogandosi il polso nel prendere appunti. Aveva la sensazione che ogni sua parola fosse essenziale, che da quel momento in poi non gli sarebbe pi stato possibile esistere senza averle memorizzate.
Lei parlava dei tre grandi  Eschilo, Sofocle e Euripide  in una maniera molto precisa, come fossero animali da guardare con indulgenza. Ma lui percepiva che non era un tono distaccato, non un esercizio dellabitudine. Lei, semplicemente, li aveva profondamente capiti.
Fu questa consapevolezza che gli imped di laurearsi in Lettere; e in qualsiasi altra cosa, in realt.
Per lesame il programma non era vasto: qualche tragedia da leggere, delle dispense da memorizzare. Un paio di centinaia di pagine in tutto. Le sessioni erano sfilate di trenta e lode che la professoressa annotava sul verbale ancor prima di comunicarlo agli esaminandi. Il suo era uno di quegli esami facili che tutti danno per primo o che inseriscono nel piano di studi tra i crediti a scelta per aumentare la media.
Lui, invece, pass pomeriggi tormentati ad avere la sensazione di non venirne mai a capo. Aveva letto e riletto la dispensa, speso soldi nel comprare manuali che erano soltanto citati e assolutamente non necessari ai fini dellesame, studiato il possibile e continuato a cercare. Ogni libro che apriva conteneva riferimenti ad altri, una rete che gli pareva essere infinita. Non poteva affrontare la cosa senza aver prima conosciuto tutto. Non poteva rispondere alla passione quieta della professoressa con una preparazione che giudicava terribilmente parziale. Era impossibile in ogni caso averla, almeno non in tempi brevi. Decise quindi, tra il disappunto di tutti, di lasciare luniversit. Fu quello il caso pi eclatante della sua impossibilit a essere essenziale.
Poi il dubbio.
Aveva messo in scena tutto quel teatro, quella procedura di pensieri, basandosi sulla certezza che il messaggio ricevuto fosse stato inviato dal mittente che immaginava.
Non aveva per controllato.
Poteva non essere quel che pensava. Magari era qualche amico che gli scriveva per chiss cosa, notizie dal lavoro oppure semplicemente  improbabile, in genere, ma ironicamente possibile in quel momento  qualcuno che aveva sbagliato numero.
Si sent stupido, ma di quella parte della stupidit molto vicina alla frivolezza. Aveva sempre odiato quellaspetto del suo carattere. Desiderava essere uno stoico, un Seneca che vive le cose senza spostarsi pi di tanto da una linea di centro che di volta in volta tracciava. Ma le cose andavano sempre diversamente. Subiva spesso scossoni forti, cambiamenti di umore e idee. Lui in cuor suo pensava di essere in realt una persona volubile, uno che si illudeva di essere in un modo invece la natura gli mostrava che era altro. Era la sua maniera di essere insicuro.
Insieme a questo, per, aveva un orgoglio spesso indiscreto che lo spingeva  qualche volta anche in modo giusto  a reagire.
Premette allora il tasto laterale del telefono e lo schermo si accese. Il nome che lesse era quello aspettato. Altri tre minuti di battiti forsennati di cuore buttati. Si sentiva nettamente molto pi vicino alla morte.
Solo ora il suo paradosso di Schrdinger era davvero completo. Ora era sicuro che quella fosse la sua scatola con il gatto. Rimaneva in ogni caso il passaggio finale del capire se fosse vivo o morto.
Tra un s e un no c di mezzo sempre almeno la domanda. Tutto il resto  territorio vasto. C per esempio la menzogna, che non invalida la risposta. Oppure il tergiversare che, a ben guardare,  comunque un responso.
Era questo, pensava, il suo immediato futuro. Il doversi confrontare non solo con la risposta, ma anche con la caratteristica che questa avrebbe assunto. Se uno ci si sofferma, ogni cosa  un continuo sviscerare pur avendo ben a vista losso. Ma questo, eventualmente, sarebbe stato un problema dopo, nei minuti successivi che sembravano lontani come non mai. Il tempo accelera e decelera in base a quanto si  presenti in esso, pensava.
Si concesse ancora due minuti per considerare il periodo speso nellattesa, ai battiti consumati. Volendo, pensava, li avrebbe potuti contare. Era come se in quel momento li potesse ricordare singolarmente, uno per uno come fossero banconote date in fretta ma con attenzione.
Poi si decise.
Premette nuovamente il tastino laterale, lo schermo si accese. Apr il messaggio e lo lesse.
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Fine.
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11. Come se niente fosse.
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Il grosso scherzo che ti fa la biologia  che raggiungi lintimit con una persona prima di sapere qualcosa di lei.
Philip Roth.
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Io, un treno e qualche centinaio di stazioni da qui a casa.
Il mio era un viaggio come tanti altri, con una motivazione qualunque: ero un commerciante dantiquariato di ritorno da unasta tenutasi in Svizzera.
Ma tutto questo non  importante; ero solo un venditore di anticaglie che viaggiava per lavoro.
La cosa importante (ma apparentemente insignificante)  che ero seduto in quel treno, con altri passeggeri, alcuni silenziosi altri pi loquaci, con il via vai di controllori e addetti ai binari, la solita voce femminile fredda e robotica che annunciava limminente arrivo in una stazione, e cos via.
Avrei potuto prendere un aereo al posto di farmi mille chilometri in quel modo. Ma una volta successe che, mentre tornavo da Monaco e stavo bevendo il succo allarancia che uno steward mi aveva appena versato, il mondo si  messo a traballare e per poco non finimmo schiantati sulla pista.
Valutando i pro e i contro, preferisco deragliare al posto di precipitare.
Immaginate ora che, improvvisamente, senza un motivo, un venditore di anticaglie si alzi e scenda in una di queste stazioni; non la sua stazione, ma una delle tante scelte a caso in quel gomitolo di ferraglia e legno che sono i binari.
Non seppi spiegarmi bene il perch avessi fatto quel gesto cos lontano dal mio modo di essere, calcolatore e abitudinario, forse ero in cerca di unavventura, chiss.
Scesi da quel treno cos, come se niente fosse.
Appena fuori, il vento tiepido di settembre sembrava accarezzarmi i capelli come se volesse tranquillizzarmi.
Mi fermai a contemplare un altro treno fermo in stazione. Guardavo la gente dentro i finestrini illuminati: decine di vite umane, amori, sogni e passioni si spostavano a gran velocit in quella scatola di ferro dipinta di bianco.
In fondo il treno non  un oggetto impegnativo, richiede obbligatoriamente un luogo di partenza ma non necessariamente di un arrivo (e io in quel momento ne ero la prova).
Distrattamente lessi il nome della stazione: Arcino del Lago o Arcimino, non ricordo bene; ma anche questo  un dettaglio di poca importanza.
Fuori dalla stazione era tutto un via vai di automobili, taxi e autobus.
Io, in piedi sul marciapiede con solo un piccolo zaino in spalla, ero libero, avrei potuto andare in qualsiasi luogo, ma non sapendo dove mi trovavo era impossibile prendere un taxi, mi diressi verso la fermata del bus urbano.
Di fianco alla pensilina cera un cartello con tutti i percorsi che era possibile fare con questa o quella linea. Indeciso, rimasi l a pensare.
Pass qualche minuto, il sole di fine estate cominciava a riscaldare il mondo, doveva essere mattina inoltrata, sotto la pensilina che ormai era diventata la mia casa arriv una donna in cerca di riparo dal sole, i suoi occhi erano a met tra lazzurro e il grigio, molto luminosi, i suoi capelli lisci e neri creavano uno splendido contrasto con quellincantevole iride.
Ecco un altro vantaggio del viaggio: il motivo.
Il motivo non deve essere deciso per forza prima di partire, lo si pu stabilire strada facendo, io trovai il mio sotto quella pensilina.
Salii sul suo stesso autobus, cera poca gente e riuscii a sedermi di fronte a lei.
Sembrava avere uno sguardo triste, ma forse era la mia immaginazione che glielo aveva deciso. Scendemmo in un posto chiamato San Michele e, appena il mezzo ripart, per un attimo i nostri sguardi si incrociarono, poi lei attravers la strada e spar inghiottita da un portone buio.
Attraversai anchio e mi avvicinai al palazzo in cui la sconosciuta era entrata.
Mi soffermai sullalveare di citofoni, cerano scritti i nomi pi disparati: fam. ROSSI-MENGACCI, ing. P. DAZZIO, e poi qualche illeggibile cognome straniero.
In quel mare di nomi anonimi ci doveva essere anche quello della sconosciuta. Per un attimo resistetti alla tentazione di suonarli uno per uno. Mi guardai intorno, proprio di fronte al grande palazzone cera una pensione a due stelle, entrai felice e presi una camera che dava sulla strada.
Passai tutto il resto della mattinata dietro la finestra aspettando di scorgere la sua figura da un momento allaltro, mentre il vecchio televisore della stanza gracchiava; lo avevo acceso distrattamente senza nemmeno guardare lo schermo.
Verso le tre del pomeriggio il mio stomaco mi ricord che non avevo mangiato. Tirai fuori dallo zaino unomelette comprata due giorni prima e la mangiai senza assaporarla, dal piccolo frigo della camera presi una Coca-Cola e ne vuotai met lattina. Ero sazio.
Finalmente la mia sconosciuta comparve davanti al portone, in un attimo mi precipitai in strada.
Cominciai a seguirla. Dopo qualche minuto di cammino entrammo in un piccolo parco, dei bambini giocavano in lontananza e i loro schiamazzi arrivavano deboli, cera gi qualche foglia caduta sul prato ma il verde ancora dominava sul giallo dellautunno.
Si sedette a una panchina non lontano da un piccolo stagno artificiale mentre io rimasi vicino al cancello di ingresso a osservarla.
Ero indeciso se avvicinarmi e con una scusa attaccare discorso, ma non ne ebbi il tempo: lei si rialz e si avvi verso luscita opposta a dove ero io.
Attraversai quasi correndo il parco per paura di perderla di vista e uscii appena in tempo per vederla entrare in un bar. Decisi di aspettarla fuori.
Pass circa mezzora e la sconosciuta ancora non si vedeva, temevo che fosse uscita dal retro o, molto pi probabile, che lavorasse in quel bar. Mi feci coraggio ed entrai.
Dietro il bancone cera un omaccione grosso e calvo impegnato a pulire con uno straccio, la sconosciuta era seduta a un tavolo, aveva davanti un bicchierino con un liquido giallognolo dentro, i suoi occhi avevano qualcosa di diverso rispetto alla mattina, sicuramente aveva gi bevuto pi di un bicchiere.
Mi avvicinai, ordinai un caff macchiato e mi sedetti al tavolo vicino al suo.
Lei teneva gli occhi bassi, io cercavo un pretesto per attaccare discorso. Dopo qualche minuto mi decisi.
Scusi se mi permetto, ma non sono un po troppi per una donna?.
Dissi riferendomi allennesimo bicchiere che mand gi.
Tanto non importa a nessuno, rispose con una vena di ironia mista a tristezza.
Be, interessa a me, non vedo perch una bella ragazza come lei debba trangugiare cos tanto alcol.
E lei chi sarebbe, scusi?.
Ha ragione non mi sono presentato, mi chiamo Andrea, e lei?, Andrea non  il mio vero nome, non so perch mentii.
Silvia.
Parlammo per qualche minuto poi pagai anche le sue consumazioni e uscimmo a fare una passeggiata.
Ceravamo conosciuti solo da qualche ora ma gi sembravamo vecchi amici, forse perch lalcol aveva allentano molto le sue inibizioni. Cominci a raccontarmi della sua vita: era andata via di casa il giorno del suo diciottesimo compleanno; inizialmente si era sistemata da unamica poi aveva trovato lavoro come commessa; si era innamorata di un suo collega con cui  stata un paio danni, poi un giorno scopr che lui la tradiva, da allora aveva cominciato a bere.
A causa dellalcol aveva perso il suo lavoro e si arrangiava facendo la lavapiatti in un ristorante, erano mesi che non parlava con qualcuno per pi di trenta secondi.
Poi leffetto della sbronza svan, il suo viso pian piano acquis lo splendore che aveva avuto la mattina.
Volle sapere qualcosa di me, in fondo ero ancora uno sconosciuto per lei.
Allora mi inventai una vita: ero un impiegato; avevo qualche giorno di ferie e me ne andavo in giro per lItalia, abitavo a Brescia (non ero mai stato in quella citt e non avevo idea di quanto lontana fosse da quel luogo senza nome in cui mi trovavo).
Silvia sembr convinta delle mie parole. Riuscii a farmi invitare la sera a cena a casa sua.
Feci ritorno al mio albergo, nello zaino il vestito che avevo usato allasta si era sgualcito, uscii in cerca di un negozio.
Unora dopo mi guardavo soddisfatto nellenorme specchio di una boutique in cui ero entrato, avevo comprato un completo a met tra lelegante e lo sportivo.
Alle nove suonai al suo campanello. Ora che conoscevo il suo nome, il citofono non sembrava pi un alveare.
Lei era bellissima, la gonna nera faceva risaltare le sue gambe e la camicetta lasciava intuire le forme dei seni. Il viso era raggiante.
La cena non fu delle migliori. Non credo che la questione fosse il non saper cucinare. Nei piatti e nel suo modo di fare vedevo soltanto una profonda distrazione, come se stesse compiendo gesti meccanici senza alcuna cura n importanza. Feci finta di ignorare la cosa e mi dedicai alla conversazione.
Quella notte facemmo lamore.
Erano passati tre giorni da quando avevo conosciuto Silvia, era tempo di far ritorno a casa.
Alla stazione ci salutammo con un bacio, per lei era un arrivederci, per me non sapevo ancora.
Il treno si mise in marcia, la guardavo dal finestrino, dentro di me non avvertivo nessuna emozione, ci lasciammo cos, come se niente fosse.
Tornavo alla mia vera casa, alla mia vera vita, mentre guardavo il paesaggio fuori dal treno farsi sempre pi familiare pensavo che mia moglie, abituata alle mie assenze per lavoro, non si sarebbe preoccupata pi di tanto. Lavevo avvertita del ritardo il giorno dopo larrivo nel paese di Silvia. Non ebbi bisogno di dare molte spiegazioni.
Arriv la mia stazione, questa volta conoscevo ogni cosa del luogo in cui scendevo, un taxi mi port a casa, mia figlia mi corse in contro nel pianerottolo dandomi il bentornato, io la presi in braccio, la salutai come sempre con un bacio e rientrammo in casa.
Come se niente fosse.
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Fine.
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12. La Biblioteca di Calenda.
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Una gran parte di quello che i medici sanno  insegnato loro dai malati.
Marcel Proust.
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La Biblioteca di Calenda non prevede un orario di chiusura. Il suo concetto fondante  la consapevolezza dellenorme mancanza di proporzione tra la quantit di informazioni che esistono nel mondo e il limitato tempo che un essere umano ha per apprenderle. Questa  la cifra per cui la Biblioteca non chiude mai: per evitare di sbilanciare ulteriormente tale equazione.
Per Calenda  a cui molti si rivolgono come fosse un organismo vivente, poich di vita propria pare essere dotata  esiste una forza dattrito che consente allesistenza umana di scivolare meno rapidamente verso il suo epilogo. Tale forza scava la strada, la rende in qualche modo pi accidentata, priva di appigli. Calenda chiama questa forza desiderio di comprendere.
Calenda  composta da una sola grande sala a forma di semicerchio che ricorda un anfiteatro greco. Ci sono ventiquattro scaffali disposti luno sullaltro, la loro forma segue quella tondeggiante del muro al quale sono stati accostati. Ogni singolo scaffale  riconoscibile dalla diversa sfumatura di marrone che presenta il legno con cui  fatto  ha sessanta ripiani i quali contengono altrettanti libri.
I volumi di Calenda hanno per titolo un orario della giornata. Per esempio, il primo libro al ventiquattresimo scaffale, sul primo ripiano, ha come titolo 24:00:00; al settimo scaffale, diciannovesimo ripiano, il dodicesimo libro si intitola 07:19:12.
Questo perch Calenda nella sua disposizione ricalca le ore, i minuti e i secondi della giornata.
Non esiste una divisione per argomenti. Ogni singolo libro, in base a dove  collocato, racconta qualcosa dellora, del minuto e del secondo che rappresenta. Per questo motivo il patrimonio librario di Calenda cambia ogni giorno, poich sempre nuove sono le cose che accadono durante lo scorrere del tempo.
Il visitatore che vuole accedere ai contenuti della Biblioteca deve servirsi dellascensore posto al centro del semicerchio formato dalla scaffalatura. Il suo cruscotto non indica il numero del piano, ma ha bens la forma dellorologio. Poich i piani di Calenda sono sempre temporali, lascensore pu essere manovrato solo impostando un orario. Settando le lancette sulle 11:42, per esempio, lascensore salir fino allundicesimo scaffale e si fermer di fronte al quarantaduesimo ripiano. Manovrando poi la lancetta dei secondi si potr andare a destra o a sinistra in base al libro cercato. Seguendo questesempio, per raggiungere lo scaffale ventitreesimo, quarantaduesimo ripiano, bisogna spostare le lancette di un giro completo rispetto alle 11:42. Questo perch Calenda crede nella ciclicit di tutte le cose umane e nellimportanza della gradualit meccanica dei gesti.
Alcuni ipotizzano che la Biblioteca, nellinconcepibile giorno in cui tutte le cose sono nate, al primo scaffale, primo ripiano, custodisse il libro intitolato 00:00:01 in cui era spiegato il segreto dellesistenza. Per questo motivo, un folto numero di discepoli che credono nellentit spirituale superiore che
abita Calenda, ogni giorno vanno in pellegrinaggio allultimo scaffale, ultimo ripiano, sessantesimo libro.
Il loro timore  che in realt  per certi aspetti anche la loro speranza   di leggervi, prima o poi, la fine dellesistenza.
Questa circostanza mostra un altro aspetto di Calenda: lasincronia dei libri con il tempo a cui sono associati.
Quando un nuovo giorno nasce, Calenda dispone il suo contenuto per tutta la giornata. Lo fa prima che le ventiquattro ore siano concluse. Per questo motivo gi alla mattina  possibile leggere gli avvenimenti della sera, semplicemente salendo agli appositi scaffali. Calenda ha quindi la facolt di prevedere il futuro ed  per questo che molti la considerano al pari di una divinit.
Da ogni parte del mondo gli uomini arrivano per visitare Calenda e regalarsi un giorno di comprensione pi profonda di quelli che, altrimenti, non sarebbero stati altro che semplici attimi trascorsi in maniera indifferente.
Sia le sere dinverno che i caldi pomeriggi destate, intorno alla Biblioteca  possibile trovare dei personaggi che per poche monete raccontano storie agli avventori. Una delle pi famose  quella di Juvental Moreiro e di sua moglie Olimpia Yepes.
Era un commerciante, come tutti i Morerio prima di lui. Lunica preoccupazione dei figli era stata quella di diventare i padri. Per generazioni, nella famiglia Moreiro i giovani non succedevano ai vecchi ma, letteralmente, li sostituivano. Cos quando Juvental divent suo padre semplicemente ne continu lattivit commerciale.
Vendeva le cianfrusaglie del Nord a quelli del Sud e le cianfrusaglie del Sud a quelli del Nord. Il successo del suo commercio si basava sulla miope convinzione dei suoi clienti, i quali ritenevano degno di valore tutto ci che era stato concepito altrove; non in casa propria.
La sua vita trascorreva in un moderato benessere fatto di piccole astuzie quotidiane che servivano a fargli racimolare una spanna in pi rispetto al minimo indispensabile.
Fu in questa serenit di pensieri che si innamor di Olimpia Yepes.
Aveva fama di essere la donna pi bella del paese e Calenda stessa ogni giorno ha un libro su di lei  poich ogni giorno, a una determinata ora, succede che qualcuno racconti la sua storia.
In questo libro si specifica che Olimpia Yepes, al pari della Dulcinea di Don Chisciotte, ha visto accrescere le sue grazie per merito della letteratura che la racconta, e non, come si crede, per una reale bellezza. I narratori abbelliscono ogni volta un po di pi la principessa affinch il cavaliere allo stesso modo incrementi ogni volta di un grado il proprio amore.
Di fatto, Olimpia Yepes era bellissima per chi ne narrava la storia e per Juvental Moreiro che se ne era invaghito.
Era tradizione, nella sua famiglia, mantenere una certa regolarit di abitudini in quella grande perpetuazione della stessa vita che era il loro succedersi di padre in figlio. Juvental era ormai arrivato a quellet in cui avrebbe dovuto conoscere sua moglie; che, per i Moreiro, equivaleva in pratica a scegliere la donna da far diventare la propria madre. Olimpia Yepes sembrava avere tutto ci che serviva, cio niente di particolare. Era sconveniente, per tradizione, accogliere nella famiglia Morerio una donna dal carattere originale. Loriginalit mina la prevedibilit degli avvenimenti. A tale circolarit i Moreiro si erano votati.
Fu cos che Juvental si present in casa Yepes colmo di promesse e accompagnato da un servo che bussasse alla porta per lui. Lo ricevettero con tutte le cortesie e tra sorrisi e inchini gli concessero lassenso a sposare la loro figlia.
Olimpia Yepes fu informata la domenica seguente a pranzo.
Tutto ci che per i Moreiro era un matrimonio felice consisteva in una solida esteriorit, una preferenza verso la vita raccolta nellambiente domestico e la devozione nel generare una nuova creatura. Questo chiese Juvental alla famiglia Yepes e tanto ottenne.
Sullaltare, con il velo bianco che scendeva sulla fronte, Olimpia era bella come i cesti di fiori della processione di San Esmeval, quando gli ottoni della banda brillano sotto il sole cocente di inizio agosto.
Juvental aveva un vestito di velluto sotto il quale si intravvedevano gli eleganti polsini della camicia; al collo portava un fazzoletto antico, prezioso perch tramandato; un garofano nel taschino della giacca; le scarpe lucide. Ma intimamente, nella sua nudit, era lo stesso di sempre. Dal viso il sonno era stato tolto con una brocca dacqua, come tutte le mattine della sua vita. I capelli avevano il medesimo taglio di sempre, corti, raccolti e spazzolati da un lato. Tra le dita ancora qualche ostinata macchia dinchiostro lavata male, le unghie consumate dal gesso con cui segnava le ceramiche da comprare allingrosso. Era come se il matrimonio fosse un amico capitato a casa allimprovviso, nel mezzo del lavoro, e a cui si potevano dedicare pochi minuti rassettandosi alla meglio. Fu infatti un giorno senza emozioni, se non quelle generate dal clamore.
La sera tardi, dopo i balli e il vino, richiudendo la porta di casa si accorsero di essere due estranei. Fecero lamore piano, con gli occhi spalancati di chi sta svolgendo un compito complicato. Temevano che lintimit non potesse essere possibile e fu proprio questa paura a far scaturire latto.
Due anni dopo avevano un figlio e un altro ne aspettavano.
Fu solo allora, quando nacque il suo secondogenito, che Juvental Moreiro sent finalmente esaurito il dovere principale del suo corpo e quello di sua moglie.
Per il resto, faceva la vita di sempre, da nord a sud e da sud a nord. Comprava e vendeva trattando sul prezzo, ascoltava i clienti e fingeva di comprenderne i desideri; poi faceva di testa sua e presentava per ponderato ci che invece aveva acquistato da qualche grossista che vendeva a peso. La sera tornava in famiglia e lunica cosa che chiedeva a Olimpia era di curare il silenzio della casa. Accarezzava i figli, li interrogava sommariamente sulla giornata e gli dava la buonanotte. Erano ancora troppo piccoli per avviarli al commercio, allora il suo essere padre significava partecipare alla loro vita tramite i riassunti che essi ne facevano.
Tutto il resto era compito di Olimpia. Lei amava i propri figli: era impossibile non amare esseri tanto piccoli. Poi cera listinto materno e laverli portati in grembo per cos tanto tempo. I primi anni furono felici.
Le cose si guastarono quando i due fratelli raggiunsero il pieno controllo del proprio corpo e una forza pari a quella della madre. Allora a Olimpia parevano crescere come lerbaccia selvatica nel giardino che, per quanto la si estirpi, torna a nascere superba e indomabile. Fu quella loro esuberanza, quellesplosione di energia vitale ed egoismo, che le fecero avere la sensazione di star perdendo qualcosa del mondo.
In quel periodo, il suo carattere si fece ombroso. Le cose che diceva non avevano pi un unico significato; le frasi mille volte ripetute, le brevi domande che con pacato interesse rivolgeva al marito, smisero di avere lunico e limpido fine di sapere come era andata la sua giornata. Divenne quel tipo di donna che imbastisce in segreto una fitta protesta di cui mostrare allesterno solo qualche spigolo, in modo da alimentare la propria rabbia con la conseguente e noncurante incomprensione del marito.
Juvental Moreiro, non tanto per il bene verso la moglie quanto per devozione verso il quieto vivere, prov a capire che cosa le stesse accadendo. Ma quel che serviva per provare a risolvere il problema era un dialogo e lui le parole le aveva sempre e solo usate per vendere e per comprare, non conosceva altro risultato che convincere e ottenere denaro. A Olimpia non aveva niente da offrire, se non ci che fino ad allora le aveva gi dato, e niente desiderava ottenere da lei se non quel che gi aveva. Non comprendeva come un essere umano non riuscisse a godere della semplicit di un matrimonio e di qualche figlio e volesse prima o poi cercare altro. Complicarsi.
Dal suo punto di vista era come i suoi clienti e le cianfrusaglie che gli vendeva. Quelle persone ritenevano di non poter essere felici senza la roba. Lui stesso ne alimentava la credenza descrivendo la merce in modo intrigante, come se le parole che usava fossero parte integrante della materia di cui gli oggetti erano fatti. Non comprendeva le loro felicit fatte di strade contorte, di elementi superflui. Si riteneva un uomo consapevole di ci che  essenziale. Come poteva vendere a Olimpia la sua idea? Fu per questo motivo che entr per la prima volta nella Biblioteca di Calenda.
Juvental si approcci ai libri nello stato danimo del lettore novello: con la voglia di cercarci dentro qualcosa senza sapere bene cosa. Inizi a caso, impostando il cruscotto dellascensore sullora esatta in cui era entrato. Apr il libro 14:10:28.
In quel momento, nella regione di Alachar, trentotto chilometri a sud della grande citt di Malabras, Aldair Agostino, suonatore di milonga, stava componendo una canzone. Da molti mesi cercava con le dita sulla tastiera del violino la giusta melodia, senza riuscirci. Il libro descriveva il suo presente con molte digressioni a quando era ragazzo e sentiva dentro lanima lambizione di diventare un grande compositore, per ammaliare la gente e stancare le gambe ai danzatori di tango. Poi molti anni di studio e tentativi; mille fogli pentagrammati in cui si abbozzava unatmosfera inizialmente precisa, poi sempre pi pasticciata fino a diventare una nervosa macchia dinchiostro. Nel frattempo, viveva della creativit altrui interpretando i grandi classici delle sale da ballo. Poi, una serie di episodi non inusuali, gi usati, sbiaditi da migliaia di altri uomini che, con variazioni minime, prima di lui li vissero. Ma quel giorno, esattamente alle 14:10:28, Aldair Agostino stava per terminare le ultime note dellopera che da anni cercava. Era una melodia semplice, di poche note e tre soli accordi. Una felicit amara lo prese: per anni si era consumato in virtuosismi, vibrando ogni suono fino a sentire lumido del sangue sui polpastrelli. E poi, quel giorno, la giusta alchimia tra caso e ispirazione gli aveva donato quellopera. Elementare e allo stesso tempo frutto di anni di tentativi. Cos era per Aldair Agostino che quel giorno, in un punto della regione di Alachar, a circa trentotto chilometri a sud della grande citt di Malabras, termin finalmente la sua canzone.
Tuttavia, quando ormai il risultato tanto cercato era finalmente arrivato, il sogno che lo aveva generato non era pi lo stesso. Su questo aspetto, il libro che Calenda aveva compilato si dilungava serrando la punteggiatura: spesso gli uomini arrivano a un traguardo con in corpo un sogno molto diverso da quello originario che aveva, per primo, generato il desiderio di raggiungerlo.
Il sogno del ragazzo non corrispondeva pi a quello delluomo. Ormai Aldair Agostino aveva rinunciato alla fama, preferiva la paga sicura delle orchestrine e la compagnia fugace di qualche ballerina che, tra gli altri musicisti, lo
notava. Si era gradualmente dedicato alleffimero. Nella musica non cercava pi la complessit della poesia ma leclatante, la facile commozione degli accordi minori, gi concepiti da altri e da lui semplicemente adottati.
Quello che gli mancava, pensava, era una canzone sua. Un brano originale, una melodia che avesse solo il suo nome. Ora che laveva trovata non smetteva di suonarla, come se la paura gli avesse tolto lovvia fiducia dello spartito e volesse affidare soltanto alla sua memoria di uomo il segno permanente di quella creazione.
Juvental Moreiro chiuse il libro. Ritenne di non aver trovato quello che cercava.
I suoi occhi, cos avvezzi a leggere numeri, non erano altrettanto allenati con le parole. Sentiva le pupille secche e la testa un po dolorante. Aveva bisogno di tornare allaria aperta.
Lasci Calenda con la certezza che non vi sarebbe pi tornato. Ma era un uomo riflessivo e come tale non conosceva decisioni ineluttabili.
Quando, molti giorni dopo, si ritrov di nuovo davanti al cruscotto dellascensore di Calenda, dovette combattere un po con il suo orgoglio per andare avanti. Dentro di s aveva deciso da tempo di tornare a leggere quei libri, ma il concreto moto esteriore verso la Biblioteca gli riusciva ancora difficile. Era come se il suo ego accettasse, in privato, la decisione ma titubasse di fronte alla sua conseguenza fisica. Anche la superbia di Juvental Moreiro viveva di esteriorit.
Era mattina ma impost i comandi dellascensore su 18:42:53. Prese dallo scaffale il libro con il medesimo titolo.
Quel pomeriggio, dallaltra parte del mondo, a Couflens, in territorio francese ma a pochi chilometri dal confine con la Spagna, il signor Mamousse si sarebbe seduto alla sua scrivania con la ferma intenzione di iniziare a scrivere un romanzo. Calenda utilizzava una tecnica descrittiva precisa e incalzante. Lidea narrativa consisteva nel raccontare ogni suono che entrava dalla finestra della stanza in cui il signor Mamousse stava scrivendo: il gregge del signor Petienne che tornava da valle; il costante scorrere del torrente che dava anche in estate una vaga sensazione di fresco; qualcuno in bici che si lasciava spingere dalla forza di gravit gi per la discesa.
Poi lattenzione si spostava sulla scrivania, sulle mani dello scrittore e sul foglio bianco.
Calenda spiegava che il signor Mamousse aveva passato tutta la sua vita a meravigliarsi di ogni cosa; considerava i suoi ricordi di ragazzo come un libro di avventure, o un film; aveva una moglie che gli aveva dato una figlia bellissima e dal carattere vivace con la quale parlava spesso di qualsiasi argomento e gioiva delle osservazioni che lei faceva. Per questi e altri motivi, il signor Mamousse riteneva di dover scrivere un romanzo. Ci aveva gi provato in passato  e in questo Calenda citava se stessa affermando che nel tal giorno del tal anno presso uno dei suoi scaffali era stato presente un libro che documentava la cosa  ma senza riuscirci. Quel pomeriggio il suo proposito era di non alzarsi dalla sedia senza aver completato almeno un capitolo.
Alle diciotto e quarantacinque di quel giorno il signor Mamousse avrebbe scritto Capitolo primo in alto a sinistra sul primo foglio bianco della risma.
Alle diciotto e cinquantatr mordicchier con ansia la penna che prender tra le dita. Dieci minuti dopo sarebbe venuto meno al suo proposito, alzatosi dalla sedia per affacciarsi alla finestra, avrebbe notato la giornata ancora piena di luce e sarebbe quindi sceso per fare una passeggiata. In strada, la fresca aria serotina gli avrebbe dato fastidio. Avrebbe desiderato un camino scoppiettante o una morbida coperta calda. Sarebbe poi rimasto un minuto a ponderare la via da prendere. Alla sua destra una leggera salita. A sinistra la discesa verso il bosco.
A questo punto della storia Calenda apr una parentesi e, uscendo dalla giusta impostazione verbale e tornando a un presente letterario astratto, dedic un paragrafo per descrivere quello che il signor Mamousse concep in merito al concetto di salita\discesa. Il testo era il seguente:
Mamousse disponeva di un discreto ventre, non grasso ma nemmeno piatto. I suoi amici lo descrivevano con laggettivo evidente. Allosservatore superficiale, vedendolo dotato di tal fardello, potrebbe sembrare che il Nostro sia un pigro di natura e che la sua esitazione di fronte alla strada da imboccare venga dettata da tale aspetto del suo carattere. In realt, Mamousse poteva contare su ingenti risorse in merito a forza di volont. Pi episodi della sua vita passata testimoniano la tenacia con cui ha perseguito le cause pi ardue, sfinendosi in meandri di pedanteria e cocciutaggine. Non  questa la sede per approfondire tali questioni, basti al lettore sapere che Mamousse non era un pigro; non nel senso stretto del termine, almeno. La verit  che non gli andava davvero di passeggiare, il suo proposito era  lo si  detto  quello di scrivere un romanzo. Ma tra il suo proposito e la giusta ispirazione per iniziare doveva esserci un altro po di tempo perso. Ed eccolo allora l in strada. Andare a destra, pensava, significa far un po di fatica iniziale, ma poi tornare con il favore della discesa. Di contro, andare a sinistra comporta iniziare la passeggiata in maniera agevole per poi dover affrontare un ritorno potenzialmente faticoso. Bench propenso per la prima ipotesi, rimase ancora un po interdetto. Sentiva che qualcosa non andava, gli sfuggiva. Chiuse gli occhi e contempl se stesso. Doveva riuscirci, doveva capire cosa di quella decisione lo metteva a disagio.
Poi finalmente lintuizione illuminante. La logica! Si era fatto ingabbiare dalla logica. La questione era semplice poich riducibile a questione matematica basilare. Disponeva di una scelta A e di una B. La scelta A prospettava una fatica di partenza pari 2x e una di ritorno pari a y. Al contrario, la scelta B gli consentiva una fatica di partenza pari a x e una di ritorno pari a 2y. Quindi:
A = 2x + y.
B = x + 2y.
La scelta tra A e B doveva avvenire, stando alla stretta matematica, secondo un terzo parametro S che corrispondeva al suo coefficiente di pigrizia iniziale. Di conseguenza:
Se S = 2x allora: B.
Se S = 2x allora: A.
Mamousse sembrava orientato verso la scelta A, eppure ancora qualcosa non lo convinceva. Ormai erano diversi minuti che se ne stava l fermo sul limitare della porta. Lo bloccava un dubbio. Qualcosa gli sfuggiva, ne era certo. Poi, finalmente, lintuizione. Se la prese con se stesso per tutto quel tempo perso a ragionare come un topo in una gabbia. Perch esattamente quello era: un topo da esperimenti che si affannava a trovare la soluzione del labirinto. Rise, prima piano poi sempre pi forte. Era stato uno stupido, pensava. S era auto imposto una soluzione A e una B, senza considerare le altre infinite possibilit che il libero arbitrio gli faceva disporre. S gir, riapr la porta e torn in casa. Niente passeggiata. Aveva trovato la soluzione C.
Una volta ritornato in casa, il signor Mamousse avrebbe di nuovo salito le scale che portavano alla camera da letto, dove lo aspettava la sua scrivania e il foglio di carta su cui era scritto Capitolo primo.
Calenda, che concepisce i suoi libri per esporre ragionamenti, pi che per puro gusto narrativo, descrisse allora la considerazione che Mamousse avrebbe fatto sullo scrivere.
Il signor Mamousse avrebbe di nuovo provato quellintensa voglia di comunicare la sua vita agli altri tramite la scrittura che era tipica del suo carattere e spesso accompagnava i suoi giorni. Si sarebbe ancora una volta perso nei suoi infiniti sogni di gloria e avrebbe fantasticato sul giorno in cui il suo libro avrebbe vinto ogni premio, magari il Goncourt, ed essere amato dai francesi o  perch no  il Nobel.
Allora Mamousse avrebbe decretato che due cose si frapponevano tra lui e il Premio Goncourt: un suo concreto atto di concezione e redazione di un romanzo e il favore dei lettori.
Anche qui Calenda si produsse in unesposizione scientifica delle possibilit e ridusse tutto a formule matematiche. La sostanza era che tutto dipendeva, come la logica rendeva lampante ancor prima che laritmetica lo computasse, dalla capacit di Mamousse di scrivere finalmente il suo libro.
Calenda gli decise quindi un improvviso impeto che lo costringer, penna alla mano, a lavorare fino a che il sonno non assopir la sua fantasia. Questo avvenne ben oltre la mezzanotte, quando ormai un nuovo giorno era arrivato e Calenda aveva rinnovato il proprio contenuto.
Il libro che Juvental Morerio aveva deciso di leggere quel giorno, intitolato 18:42:53, si concluse con finale sospeso, specificando soltanto che in quelle ore il signor Mamousse aveva discretamente ridotto la distanza tra il sogno e la sua realizzazione.
Il mercante usc dalla Biblioteca con laria smarrita. Non era quello, pensava, ci che aveva sentito dire sui libri.
Avrebbero dovuto dare la saggezza, non ulteriore confusione.
Quando la sera tornava a casa trovava Olimpia sempre pi scura in viso. Avrebbe voluto scovare la soluzione a Calenda, nei suoi libri. Invece, non solo si sentiva ancora pi distante da sua moglie, ma interrogativi nuovi andarono ad appesantire il suo animo. I suoi pensieri semplici, considerabili variazioni, o appendici, del concetto-madre vendere e comprare, si dotarono di soluzioni un po pi distanti dallapplicabilit immediata, che Juvental Moreiro considerava basilare per ogni buon ragionamento. Pi leggeva e pi lutilit pratica, a cui le sue idee portavano, si faceva lontana nel tempo. Un giorno, uno dei tanti in cui usc confuso dalla Biblioteca, i suoi pensieri si moltiplicarono fino a farlo perdere, fino a fargli toccare la filosofia.
Quando fuori da Calenda  sia le sere dinverno che i caldi pomeriggi destate  i turisti ascoltano la storia pi famosa che circola a proposito dei suoi avventori, quella di Juvental Moreiro e di sua moglie Olimpia Yepes, comprendono labominevole ironia insita nel concetto fondante di questa Biblioteca. , come detto, la consapevolezza dellenorme mancanza di proporzione tra la quantit di informazioni che esistono nel mondo e il limitato tempo che un essere umano ha per apprenderle. Questa  la cifra per cui la Biblioteca non chiude mai: per evitare di sbilanciare ulteriormente tale equazione.
Calenda offre informazioni che tendono allinfinito, poich tale tensione si perpetua nei giorni che si susseguono uno dietro laltro. I suoi libri si oppongono alla sete di conoscenza che attanaglia i suoi avventori ma, contemporaneamente, questa sete alimentano poich il sapere non riempie spazio ma lo crea.
Da ci ne consegue che ci sono due modi di approcciarsi a Calenda: limitarsi a conoscere il suo funzionamento, oppure fruire dei suoi libri e, con questo, accettare il moltiplicarsi della sete.
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Fine.
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13. Il Cratere Dostoevskij.
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Emancipate yourselves from mental slavery. None but ourselves can free our minds.
Bob Marley.
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La solitudine  come una lente dingrandimento: se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo.
Giacomo Leopardi.
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Tutto quello che venne fuori dallinchiesta furono due nastri in cui era possibile ascoltare la voce viva di M.
Apparentemente, visti gli enormi mezzi a sua disposizione, la cosa era da ritenersi non credibile.
Ma chi lo aveva conosciuto afferm che tale eventualit era nel repertorio di stravaganze del capitano il quale, di tanto in tanto, amava circondarsi di oggetti ormai obsoleti; aveva il gusto del collezionista di cose del passato, solo che, a differenza di un vero antiquario, queste non diventavano meri addobbi, bens venivano impiegate alluso specifico dellepoca in cui erano state concepite.
In casa sua era possibile trovare una Olivetti Lettera32 in perfetto stato, con inchiostro bicolore  rosso e nero  fresco e pronto alluso; una tabacchiera in legno di noce con una pipa mai accesa eppure piuttosto usurata sul bocchino (il capitano non fumava ma amava trascorrere del tempo con la pipa in bocca, rosicchiandola); un calamaio e una stilografica con il suo nome e cognome inciso sopra a caratteri dorati; degli incensi di origine orientale, forse cinese, e un incensiere in ceramica italiana; numerosi quadretti risalenti alla belle poque di nudi femminili in giardini dallo stile vagamente classico.
Quel materiale sopravvisse al clamore dellevento e si consegn alla storia.
La voce del comandante M, immortalata su quei nastri,  stata ascoltata da milioni di persone e il suo messaggio si  impresso nella mente di tutti.
Per M la solitudine si prova solo in un posto che nessun altro pu raggiungere.
Non c niente di metaforico in questaffermazione, il suo significato rimane letterale.
Sono su questa navicella spaziale da sei settimane e la mia solitudine  cominciata appena dopo aver perforato latmosfera terrestre. Nessuno verr da me, n per aiutarmi n contro la mia volont. La navicella stessa  stata pensata per ospitare me solo e non ha un meccanismo per far attraccare altre navi. La solitudine non  filosofia, la solitudine  scienza e, in quanto tale,  descrivibile empiricamente. Sar il primo uomo che metter piede su Mercurio e, forse, rimarr lunico per molti anni.
Era in quella navicella, affermava, perch da piccolo aveva letto la storia degli abitanti dellIsola di Pasqua.
Lisola si trova a una distanza tale dal continente che le rudimentali imbarcazioni degli indigeni non potevano coprirla. Considerando linfinito oltre i confini della loro isola, si credettero gli unici esseri viventi delluniverso. Tutto ci che non era la loro terra, era mare. Nientaltro.
Si diedero allora alla costruzione di quegli enormi faccioni in pietra, i Moai.
Per trasportare il blocco roccioso dal punto da cui veniva estratto a quello dove doveva essere eretto la statua, si utilizzavano i tronchi degli alberi. Con una tecnica simile a quella degli egizi, la roccia scorreva lungo i tronchi che, stesi al suolo, diventavano una sorta di tapis roulant. In questo modo tonnellate di pietra potevano viaggiare da una parte allaltra dellisola.
Impegnati in questa frenetica attivit non si accorsero che, con il passare degli anni, le statue si moltiplicavano ma gli alberi diminuivano.
E cos un giorno venne tagliato lultimo tronco vivo dellisola. Da quel momento in poi, da quellultimo colpo daccetta, inizi per loro il declino. Negli anni, il loro ingegno si era tutto consumato nella costruzione dei Moai, il loro sviluppo tecnologico era rivolto esclusivamente in quella direzione. Non riuscirono per questo a concepire una barca che potesse andare al di l della barriera delle onde.
Questo  stato il mio compito e, se vogliamo, il mio merito.
In questa parte della registrazione M quasi grida.
Sono riuscito a progettare una navicella che pu arrivare, per ora, fino a Mercurio. Sono riuscito ad andare al di l della nostra barriera delle onde.
Per il capitano, le persone cercano la verit nella religione, non sapendo che essa  nella storia. La religione insegna che laccumulo porta alla perdizione, la storia ci mostra invece qual  la via di salvezza. Ci mostra il mare. La terra non  altro che unenorme Isola di Pasqua e luniverso  il mare che la circonda. Pi volte ripeteva lo stesso identico concetto: c una costa dallaltro lato, ne sono sicuro. Il nostro compito  sforzarci di concepire il mezzo di trasporto adatto. Non dobbiamo erigere statue a noi stessi. Non epitaffi per la nostra vanit ma vie di fuga per i nostri corpi.
La prima volta che registr queste frasi, M calcolava di poter arrivare su Mercurio entro un mese.
Alcune settimane dopo, per, la sua meta era ancora lontana a causa di alcuni frammenti di asteroide che dovette evitare.
Qui, a migliaia di chilometri da casa, ogni deviazione mi costa settimane. Ho impiegato dodici giorni solo per correggere di nuovo la traiettoria e tornare sulla vecchia rotta. Ora tutto va come sarebbe dovuto andare un mese fa.
A quel punto la televisione parlava spesso di lui. M ne era pienamente consapevole in quanto il segnale gli arrivava con solo qualche ora di ritardo. I notiziari di tutto il mondo hanno parlato della sua presunta deriva. Per il capitano fu amaro accorgersi che il loro atteggiamento non era di paura per lui ma di biasimo. In quei giorni, i nastri registrano parole di sdegno.
Era tutto un parlare, parlare, parlare. Con le loro cravatte italiane e gli occhiali e la cipria. Quanto chiasso fa lumanit quando la si osserva da lontano! Eppure... eppure tra qualche giorno, una settimana al massimo cambieranno idea....
Forse proprio in queste parole M dimostr tutta la sua umanit, prospettando una futura, magari imminente, rivalsa in risposta al torto subito.
Anche i progetti dellastronave e quelli dellattrezzatura di cui M si era dotato per muoversi sullostile superficie di Mercurio sono andati distrutti nellincidente.
M non ne aveva mai fatto copia e portava sempre con s gli unici esemplari. Quando, prima della partenza, un giornalista gli chiese che cosa ne sarebbe stato delle sue geniali intuizioni in campo aerospaziale se, per disgrazia, quelle carte fossero andate perse, M rispose pacatamente che non cera nessun tipo di pericolo perch  per fortuna o malauguratamente  la societ era arrivata a un livello di sviluppo tale per cui, a suo dire, non cera pi bisogno di divulgare i segreti delle nuove concezioni tecnologiche in quanto esse, fossero in qualche modo state dimenticate, potevano facilmente essere concepite nuovamente. Quando il giornalista gli chiese in che modo ci poteva accadere, M rispose che lunica discriminante era il denaro. Bisognava disporre e stanziare denaro a sufficienza per recuperare la conoscenza persa.
Viviamo in un mondo spietatamente pi lineare, diceva un mondo in cui il denaro fa arrivare ovunque, anche e soprattutto a un livello superiore di sviluppo tecnologico.
N il giornalista n nessun altro pose obiezioni in quanto M stesso era la dimostrazione pratica di ci che affermava.
Scorrendo lalbero genealogico di M  possibile notare una certa lungimiranza insita in ogni membro noto della sua famiglia.
Il nonno fu tra i primi azionisti della Polaroid e il padre scommise che un calcolatore elettronico potesse diventare molto pi piccolo della stanza che allepoca serviva per contenerne uno e, al tempo stesso, che la sua potenza potesse essere inversamente proporzionale alla grandezza. Viveva in unepoca in cui si associava ancora la grandezza allefficienza e, talvolta, un uomo ha successo perch sa intuire su quali parametri si baser lepoca successiva alla sua.
Quando M parlava del padre lo descriveva come un uomo coraggioso. Il suo coraggio consisteva nel seguire senza compromessi la sua lungimiranza.
Per M la maggior parte degli uomini si negano grandi traguardi a causa della loro paura di non vivere a sufficienza per vederli raggiunti. Suo padre era morto relativamente giovane, aveva sessantacinque anni. Scrisse il suo testamento poche ore prima di morire su un laptop posato sulle sue ginocchia.
La grandezza, ripeteva spesso M,  nellaver voglia di seminare sequoie; nelliniziare qualcosa che vada oltre i confini della propria vita.
Luomo  un essere finito solo se rapporta se stesso al proprio unico ciclo di vita. Ma esiste un animo ulteriore, un animo collettivo che unisce tutti gli umani,  quello del tramandarsi i progressi di generazione in generazione. Noi siamo infiniti, se non ci consideriamo terminati con la nostra morte singola. La chiave sta nel pensare profondamente al concetto di seminare sequoie. Non bisognerebbe dire altro.
Tutti i suoi predecessori avevano investito nella riduzione: il nonno sogn una fotografia pronta gi pochi secondi dopo averla scattata; suo padre volle ridurre un luogo a un accessorio. Suo nonno si era occupato di accorciare il tempo, suo padre il volume; lui credette fermamente di essere destinato alle distanze. A tale scopo dedic tutta la sua vita, compresa la parte pi importante e atroce: la giovinezza.
Svilupp una personalit totalmente inconsapevole di tutto ci che fosse socialit. Gli unici compagni che aveva erano i medesimi di tutti gli altri eremiti come lui, i libri; essi erano gli unici oggetti sulla navicella non strettamente utili alla missione. Lui stesso accenna a questaspetto del suo modo di vivere nei nastri rinvenuti dopo lincidente: Ho con me qualche Camus, due raccolte di Hemingway e Kafka. Di tanto in tanto ho bisogno di rileggere la narrativa di quando ero bambino, soprattutto Verne e Dumas. Nessuno potr capire mai quanto sia importante avere una copia de I tre moschettieri qui a migliaia di chilometri di distanza dalla terra.
Era una mente essenzialmente matematica, votata allingegneria. Eppure non avrebbe funzionato correttamente senza la forte esposizione alla letteratura a cui si sottopose negli anni.
I numeri, diceva spesso, si addizionano e si sommano, si moltiplicano e si dividono ogni volta che la mente decide di operare. La letteratura, la fantasia pura, d la spinta a queste operazioni. Non  sufficiente che esistano i numeri e la loro capacit di interagire tramite operazioni matematiche, affermava, serve anche il motivo, bisogna trovare la voglia di innescare quei meccanismi.
La letteratura pu vivere di se stessa, la matematica no: ha sempre bisogno di un fuoco che inneschi il meccanismo.
Quasi met delle registrazioni  dedicata allarrivo su Mercurio e allo sbarco in fondo al cratere che, molti anni prima, lUnione Astronomica Internazionale aveva battezzato Dostoevskij; in onore al grande scrittore russo.
Il cratere ha un diametro di circa quattrocentotrenta chilometri, talmente tanto ampio che M dal suo centro non riusciva a distinguere i bordi dallorizzonte. I motivi per cui decise di attraccare proprio in quel punto del pianeta sono ampiamente spiegati nelle registrazioni ma, nonostante le numerose parole che M utilizza per argomentare la sua decisione, rimangono non del tutto chiari.
Si tratta di un cratere dimpatto spiegava, creato chiss quando e chiss da cosa. Forse un asteroide o una cometa. Di certo, levento si  verificato talmente tanto tempo fa che la semplice scansione umana in anni risulterebbe obsoleta.
Sulla natura del cratere M insiste molto, in particolare sul fatto che si tratti di una conformazione dovuta, appunto, a un impatto, senza presentare tracce di attivit vulcanica.
 un fattore esterno che ha modellato il cratere, imprimendo la sua forma come su un grande calco. Un po come succede con gli uomini, che formano il loro carattere secondo la loro impressione delle cose del mondo.
Altro elemento su cui M insiste con gran fervore, quasi con enfasi mistica,  il fatto che tale cratere in un certo senso lo stesse aspettando; aspettava lui e lumanit tutta.
...
Il cratere Dostoevskij  l da millenni come un paradosso: come un concetto talmente eccelso da non essere ancora alla portata della civilt che ne ha intuito la possibilit.
Da questo punto di vista, affermava M,  sullo stesso livello del concetto di Dio: un qualcosa di concepibile ma non pienamente afferrabile.  meravigliosa, riteneva M, questa capacit che luomo ha di pensare cose che non stanno per intero nel suo raggio di comprensione.
La prima cosa che pens, appena il suo piede tocc il suolo alieno fu che aveva paura.
Era quel tipo di paura difficile da descrivere perch non pienamente manifesta, si nascondeva infatti dietro unenorme eccitazione.
Per un attimo prov il forte desiderio di tornare indietro, di raggiungere la Terra il prima possibile. Per la prima volta raccont di s non come essere astratto, avulso dalla massa, ma come facente pienamente parte della razza terrestre. La sua paura dellignoto era comune a tutti e sentiva, in quel momento, come se lumanit intera, non solamente lui, fosse messa alla prova nellimpresa.
Non piant bandiere perch non sentiva di avere patria. M non credeva nelle patrie, credeva nelle comunit.
Lasci invece una copia de I demoni, come a voler completare quel tributo alla letteratura iniziato dai suoi predecessori.
Il viaggio di ritorno verso la Terra fu calmo, senza particolari problemi se non  come  noto  quelli riscontrati durante latterraggio nellemisfero boreale.
Linchiesta ha accertato che la morte  sopraggiunta a causa di un incendio nella cabina di comando. Non si  riusciti mai a spiegare come i numerosi libri, che M aveva con s, furono invece ritrovati quasi del tutto intatti. Su questo punto molti delatori dellinchiesta insistettero per anni in quanto ritenevano che la cosa costituisse lennesima prova, forse una delle pi lampanti, che il resoconto fornito allopinione pubblica fosse mendace.
Altri, invece  e tra questi molti che ebbero modo di conoscere M in vita  videro in questa circostanza un esempio dellironia che la sorte inserisce nel destino di certi uomini.
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FINE.
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Collana Rapsodie Frattali.
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Il racconto  la trasmissione di una porzione di realt, in un numero ristretto di pagine, di per s compiuta, autonoma e dalla forma riconoscibile quasi a colpo docchio. La forma-racconto  quella che meglio si presta a delineare la nostra quotidianit, un dedalo intricato costellato di volti, desideri, necessit, un luogo percorso a perdifiato del tutto privi del filo di Arianna e ignari del Minotauro. Un dedalo al quale  possibile sfuggire solo attraverso il volo pindarico della fantasia creativa.
Tale volo  spesso breve e intenso; grazie ad esso  possibile scorgere unintera geometria altrimenti celata. Il ritorno al labirinto porta con s una nuova consapevolezza: il ricordo di un ulteriore punto di vista, una verit di ordine superiore.
Il narratore di racconti , quindi, un rapsodo e un matematico, uno spontaneo calcolatore, un affabulatore architetto, il giardiniere che osserva la foglia e il botanico che studia il bosco. Tutte le sue creazioni risuonano di questo dualismo, capaci di fornire lo slancio indispensabile ad affrancarsi da una visione piatta e monotona del vivere.
 immerso nella stessa caotica quotidianit di tutti, ma non rinuncia a indagarne il senso dove altri non riescono. La sua  una sfida al labirinto, una sfida senza resa che sia denuncia, stimolo ed esempio da seguire, ciascuno a modo proprio.
Le porzioni di realt cos trasmesse si dispongono a delineare nuovi possibili percorsi da esplorare.
Tutto questo  Rapsodie Frattali.
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FINE.